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18
Set 2020
aula vuota alunni dopo lockdown
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Come accostare gli alunni adolescenti e preadolescenti dopo il lockdown: ripercorrere il percorso durante la DaD per una più funzionale ripresa della didattica in presenza.

 

Premessa di cornice – (appunti sparsi, non rielaborati e con qualche ripetizione) – con alcune proposte prima di passare alle domande e aprire la discussione (possibilità di leggerle a casa per allargare il discorso)

La storia ci insegna che proprio le grandi crisi, come le epidemie, si associano a un aumento del disagio individuale o familiare, disturbi da stress post-traumatico caratterizzati anche dall’isolamento della quarantena (insonnia, frequenti risvegli notturni, irritabilità, pensieri catastrofici, paure generalizzate, ossessioni e fobie, ansia e depressione …). Già nei Promessi Sposi il Manzoni, a proposito della peste di Milano del 1630, scriveva: “Ma la peste non fu solo un male per sé, non seminò solo sofferenza e morte: scompaginò la vita mentale della gente” con la paura di venire contagiati, di ammalarsi, di morire. Ci si può sentire soli anche sotto lo steso tetto, se le relazioni non funzionano. Diceva Freud che “nessuno è padrone in casa propria” ma siamo frutto di una “storia” collettiva e di chi ci sta accanto. “Ripartire” significa rimettersi in gioco.

 

Crisi (tempo di scelte): ‘possibilità’ e ‘pericolo’, cosa abbiamo perso e cosa mi si fa incontro

Non basta la conoscenza, la presunta “verità” dei numeri e della conoscenza scientifica …. Abbiamo soprattutto bisogno di umanità! La vera partita si gioca al tavolo dell’emergenza umana: l’antidoto al virus, in questa prospettiva, è prima di tutto l’amore e l’apertura alla solidarietà. Quando nella giungla arriva l’uragano alcuni alberi vengono spazzati via, mentre altri resistono e resistono perché hanno radici ben salde e diffuse; non dimentichiamo che si vive autenticamente solo insieme agli altri! Dice papa Francesco: “Ci siamo trovati sulla stessa barca e ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto nostro. Siamo chiamati a remare insieme”. Dopo la tempesta sarà necessario “una revisione dei propri punti di riferimento sociali, economici e culturali oppure piegarsi al dio Denaro e cadere nel suo sepolcro”. Questo tempo parla, ci parla. Questo tempo urla: ci suggerisce di cambiare, per vedere la terra in modo diverso e sentire con il cuore una responsabilità globale. Il tema della solitudine, della fragilità, della morte ci riporta ai valori legati alla spiritualità, alla solidarietà, all’altruismo. C’è bisogno di una più profonda attenzione alle persone e alla qualità della vita! «Ritornare all’essenziale, a ciò che è necessario, sembra essere l’imperativo del Covid-19». Un piccolo virus ha ridimensionato i grandi progressi del mondo tecnico e scientifico. Possiamo riscoprire il rispetto per la vita, per la sacralità dell’universo e del mondo, per la natura troppo spesso saccheggiata e inquinata dalla ricerca spasmodica del denaro… lasciando spazio al mistero, all’apertura a ciò che non è riducibile a statistiche e a dati numerici, a un nuovo modo di guardare la nostra storia! L’incertezza del futuro ha generato ansia, stress, paura, rabbia… siamo stati travolti dall’ansia, dall’inquietudine e dall’angoscia. È proprio questa situazione che ci consegna all’imprevedibilità e all’insicurezza, alla paura di un possibile contagio che ci fa dire che “il re è nudo”! Tutto questo è frutto di una coscienza ingenua che ci ha spinto a credere in una crescita infinita, capace di moltiplicare redditi e benessere, conoscenze e tecniche per aumentare riuscita materiale e visibilità sociale, che ci ha fatto credere nel prestigio sociale anche senza avere valore personale. È questa filosofia di vita materialistica del “tutto e di più” che ci fa credere al “produrre e consumare” sempre di più, a costo di sacrificare natura, relazioni, pace, persone, popolazioni, futuro! Del resto l’informazione intensiva, frammentata e spesso contraddittoria ha prodotto anche un virus e un contagio emotivo, facendo scattare componenti ancestrali di paura, ansia e angoscia (ipocondriaci, maniaci del controllo, perfezionisti, paranoici, irresponsabili …).

Questa pandemia ci costringe a guardare il “riduzionismo” tipico dei nostri sistemi economici, politici, educativi!

C’è bisogno di scoprire una nuova coscienza planetaria, una nuova responsabilità cosmica, globale, che dica la possibilità di un nuovo modo di abitare la terra! Questo potrà aprirci anche a una mistica della fraternità universale che faccia prevalere la solidarietà tra i popoli, le culture, le religioni. Dietro di noi il passato, avanti a noi … il futuro! In questa antinomia tra futuro e passato, ci ritroviamo a vivere il presente. “Andrà tutto bene?” è lo slogan scritto un po’ ovunque. Questo però richiama il tema della responsabilità verso se stessi e gli altri che esige attenzione, cura, pazienza, rispetto delle “regole” per il bene nostro e della collettività… e ci impegna a camminare “insieme”! Ora tocca a noi fare tesoro di quanto ci possa aver insegnato la difficile esperienza che stiamo ancora affrontando Del resto, il tanto declamato “distanziamento sociale” …. è una “bufala”; possiamo parlare di distanziamento “fisico” ma non “sociale”: è la relazione che costruisce le persone, soprattutto le giovani generazioni. “L’uomo da solo, non può vivere” (un aspetto messo in crisi dal Covid); questo lo diceva già Aristotele. Abbiamo bisogno degli altri per sapere chi siamo! E ci siamo resi conto che non è vero che “l’inferno sono gli altri” come diceva Sartre; è vero, piuttosto, che “l’inferno” è quando gli altri non ci sono! Siamo programmati filogeneticamente (per la sopravvivenza) per stare con gli altri; essere emarginati provoca malessere, frustrazione, agitazione, paure, depressione. La socialità, lo stare con gli altri innalza, a livello fisico, la presenza di endorfine e oppioidi endogeni (benessere). La paura di stare da soli è la contro faccia del nostro bisogno di socialità! Abbiamo bisogno di scuole “nuove”, più attente alla socialità che ha valore più della stessa istruzione. Si deve imparare che nella vita c’è il bene ma c’è anche il male, il dolore, la perdita. L’istruzione la si può imparare anche a 50 anni!

La scuola è stata costretta a reinventarsi in questi ultimi mesi. La crisi deve essere un’occasione di crescita. Ma funzione che è stata chiamata a svolgere non è stata solo quella di insegnare, ma di accogliere e realizzare nuove modalità di contatto e di presenza. Ha tentato di farlo con la didattica a distanza (DaD) incontrando anche difficoltà e contraddizioni. Andrà ricostruita prima di tutto da un punto di vista umano, emozionale, relazionale: ci vorrà coraggio, amore, altruismo, apertura a una responsabilità mondiale: è un processo insidioso, titanico e straordinariamente complesso. Del resto, in questi ultimi anni, la scuola non è più stata solo il luogo della didattica e dell’acquisizione di conoscenze, ma un ambiente sempre più investito affettivamente, luogo di socializzazione, di sperimentazione e di arricchimento di sé in senso più ampio. Una fonte di malessere tra insegnanti e studenti è il mancato rispecchiamento reciproco: docenti e allievi si percepiscono come poco stimati, apprezzati, valorizzati. Il docente si sente destituito del suo ruolo simbolico e professionale; lo studente spesso non trova lo sguardo di un adulto capace di valorizzare anche gli inevitabili errori e di fornire strumenti davvero utili alla realizzazione di sé.
È così che gli insegnanti non sono più visti come rappresentanti simbolici dell’autorità, ma piuttosto stimati per le loro competenze professionali e relazionali, così come per la capacità di trasmettere passione e dare senso alla vita e a ciò che si apprende. Anche l’ambiente tecnologico, all’interno del quale le nuove generazioni sono nate e cresciute, non è solo un’area di svago, ma rappresenta il contesto odierno di formazione, di studio, di lavoro.

 

Quando penso ai preadolescenti/adolescenti … (un racconto preso dall’orto e dell’importanza delle “radici”) specialmente oggi in un clima “iperprotettivo”. Gli adolescenti sono molto più espressivi, relazionali e narcisisticamente fragili rispetto al passato, inseriti in un sistema di vita che celebra la competitività, l’individualismo, il tramonto di figure autorevoli delle quali i ragazzi hanno estremo bisogno.

 

Didattica a distanza?

Dal mese di marzo la scuola è stata chiamata a vivere una situazione inedita, del tutto inattesa, imprevista e imprevedibile. La routine quotidiana, così ben segnata e ritmata dal suono della campanella allo scadere di ogni ora di lezione, si è improvvisamente interrotta.

In una fase dell’anno che aveva il sapore della pausa (fine quadrimestre e Carnevale) gli studenti si sono trovati a casa, liberi e felici i primi giorni per l’insperata vacanza, con il panico dei genitori; annoiati e stanchi subito dopo, con il forte dichiarato desiderio di tornare sui banchi, che stupiva loro stessi. Diversamente da quel che capita nelle emergenze come terremoti o alluvioni, in cui da sfollati ci si trova tutti uguali dentro una tenda, nella reclusione domestica di questi mesi di pandemia le famiglie si sono trovate isolate, con dotazioni tecnologiche, spazi, risorse, competenze e tempi da dedicare alla scuola differenti, ciascuna nel proprio status: la scuola ha contribuito suo malgrado a sottolineare le differenze di classe, facendo perdere i contatti ai più fragili.

I docenti sono stati prima invitati e poi obbligati alla “didattica a distanza” (DaD), sigla quasi incomprensibile per chi non è del mestiere. La DaD, infatti, non significa replicare in digitale la stessa esperienza che per decenni è stata realizzata in classe. Purtroppo in alcuni casi le difese si sono irrigidite portando a una riedizione di modelli e pratiche tradizionali, già inadeguate per l’insegnamento “in presenza” e ancore meno per quello on line. È una contraddizione stridente per chi crede che la scuola sia luogo di vicinanza, di incontro, di integrazione e di relazioni personali, fatto di presenza, sguardi, suoni. La DaD richiede di dare spazio alla creatività, al pensiero civico dei ragazzi, richiede di formare alla responsabilità personale e alla possibilità di sperimentarsi in apprendimenti attivi e cooperativi, con didattica on line in piccoli gruppi! La lezione on line deve essere flessibile, funziona se rende gli studenti attivi e partecipi, li coinvolge nel confronto su cosa funziona e cosa andrebbe cambiato in questo nuovo modo di apprendere; non funziona se li passivizza in ascolto e ripetizione pedissequa di argomenti dietro uno schermo. Anche la comunicazione on line è reale, anche se non fisica. Comunque lo stacco imposto dal lockdown dobbiamo viverlo come occasione di cambiamento. È emerso con chiarezza che nel nostro paese molti individui non possiedono un collegamento a internet e un personal computer. Il diritto all’istruzione rende necessario il compito, oggi più che mai, di educare a una saggezza digitale. Una scuola davvero inclusiva offre la possibilità a ciascuno di esprimere al meglio le proprie attitudini e potenzialità, personalizzando gli apprendimenti. Del resto il sistema valutativo attualmente in vigore è obsoleto, richiede un aggiornamento: quale sarà il destino dei compiti in classe, dei voti, degli esami, delle non ammissioni, dei debiti e dei recuperi? Occorrerà pensare a forme alternative di verifica, una descrizione più qualitativa nella quale ciascuno possa sentirsi riconosciuto nei punti di forza e di debolezza, che renda giustizia alla unicità di ogni persona. Si dovrà testare anche come gli studenti riescono ad accedere alle risorse in Rete, a valutarle, a selezionarle e a organizzarle creativamente per risolvere qualsiasi prova proposta dal docente. Come ripartire dopo uno stop? C’è chi ha paragonato il blocco che abbiamo avuto come un pit-stop, cioè come una pausa grazie alla quale le auto di formula1 si riforniscono o cambiano le gomme per ripartire più veloci. Sono pause che tutti vorremmo in tutti i campi ma non in un contesto di sofferenza.

Smart learning: le lezioni on line sono sempre comunque delle “lezioni”, con il rischio di fare lezioni troppo lunghe senza considerare che l’attenzione sullo schermo è più faticosa di quella in aula e in presenza. e però hanno impegnato le famiglie al rispetto degli orari, ci ha permesso di entrare nelle case e nella stanza scelta, di spingere tutti all’utilizzo delle nuove tecnologie. L’uso di strumenti per comunicare a distanza comporta l’esigenza di un uso sapiente della voce e di una maggiore abilità nella scelta delle parole e delle pause. La comunicazione digitale non ci ha privato solo del contatto fisico, ma anche di tutta la ricchezza della comunicazione non verbale che accompagna e punteggia in maniera determinante il contenuto delle parole che pronunciamo. Certo, ci ha fatto scoprire anche più vicini: ci siamo iscritti a corsi di formazione on line, siamo entrati nelle case dei nostri colleghi, degli studenti … cosa mai accaduta prima. Lo spazio privato della casa è diventato luogo di lavoro e dell’apprendimento, senza confini.

 

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Giuseppe Belotti, Psicologo e Psicoterapeuta, Direttore Associazione Psicologia Psicoterapia Il Conventino

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