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Mar 2014
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Il programma pastorale diocesano di quest’anno è incentrato sul “diventare genitori”, sulla genitorialità. Non c’è bisogno di dire che una buona coniugalità è la premessa per una buona genitorialità: è necessario fare “manutenzione” della vita di coppia. Nel corso dell’anno pastorale c’è la possibilità di fare un confronto, aperto a tutti, partecipando al percorso delle “coppie in cammino”, alla domenica dalle ore 14.30 alle 18 presso la scuola d’infanzia Crespi-Zilioli, una volta al mese come da calendario. Anche il percorso rivolto ai genitori che si terrà a gennaio/febbraio 2011, avrà come tema la “vita di coppia”. Una coppia ben impostata capisce la bellezza e la responsabilità del mettere al mondo dei figli, può aprirsi con fiducia alla vita, evitando di rinchiudersi in se stessi con scelte egoistiche. Del resto è proprio da come si affronta, da cristiani, il tema del “generare” che dipende l’impegno di allevare e crescere i figli e di educarli alla fede, soprattutto nei primi anni di vita (0-6) dove i genitori hanno un potere totale, una responsabilità unica. La cultura odierna invece tende a rinchiudere sempre di più la fede nelle Chiese, dove dovrebbe svolgersi ogni atto religioso e così le case e i genitori sono sempre meno una presenza visibile del Divino …
Prevale, nel concetto di casa, l’idea di appartamento: appartarsi, rinchiudersi, recintarsi, isolarsi…
Per quanto riguarda la fede e il Signore, la casa sembra diventata “indifferente”. La famiglia cristiana che vi abita difficilmente pensa a ciò che di grande e di religioso può fare “dentro”, ritiene perciò necessario andare continuamente “fuori”, per la Messa in Chiesa, per gli incontri formativi, per la catechesi dei piccoli nelle aule dell’oratorio; e se pensa di “amare il prossimo”, va a fare volontariato (ospedali, case di riposo, di accoglienza …). La casa è progressivamente svuotata: oggi “fuori casa” si nasce, si muore, ci si sposa, si passa tanto tempo, ci si diverte… “fuori” si va per fare “le cose importanti”. La casa diventa sempre più una “trincea”, un “dormitorio”. Quello che si fa nelle case è considerato “privatismo, intimismo”, cose di scarsa importanza. Questa mentalità religiosamente“indifferente”scarica poi tutta la formazione cristiana agli addetti ai lavori, cioè non si fa nulla di religioso se non dove c’è il prete o le persone addette ad animare, dirigere, fare da supporto e in locali appositi. Si rischia così di “fare figli” e di far loro vivere i primi anni di vita, così decisivi per il futuro, in una visione materialistica, in balia della cultura dominante, qualunquistica, senza una coraggiosa scelta di campo. La casa dovrebbe essere “luogo del dialogo con Dio”, scuola di vangelo vissuto: “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore … Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai… li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte… quando avrai mangiato e ti sarai saziato, guardati dal dimenticare il Signore, che ti ha fatto uscire dalla condizione servile” (Dt 6,4-12).
È la pagina che consacra la casa come luogo dell’incontro con Dio, una casa che custodisce la “benedizione” del Signore e che aiuta i figli a cogliere la mano provvidenziale di Dio in tutti gli avvenimenti e insegna a “ringraziare” più che a essere prepotenti e sempre “insoddisfatti” e mai contenti di nulla!
Ma c’è ancora posto per l’infanzia e per una vita vissuta in un clima di gioia e di fede nelle nostre case?
Molti studiosi si domandano se l’infanzia trovi ancora posto in una società consumistica e competitiva come la nostra. Molti genitori, presi dal lavoro, dalla carriera, dai propri bisogni hanno poco tempo da dedicare ai figli e chiedono loro di crescere in fretta. Spesso ci si ferma all’accudimento dei bisogni materiali, a soddisfare tutti i loro capricci per non sentirsi in colpa, meno attenti alla crescita interiore. Tanti genitori spingono i bambini a diventare piccoli adulti; a questo proposito si parla di “bambini senza infanzia”. I bambini diventano superoccupati e iperstimolati, ma non hanno più tempo per giocare con creatività, per socializzare liberamente con i coetanei, per entrare in contatto con la propria interiorità. Sembra non ci sia più tempo per stare insieme, per inventarsi un gioco, per relazioni spontanee e creative: tutto è super organizzato, “pre-occupato” da una miriade di impegni, da attività sportive, associative che occupano tutto lo spazio e il tempo dei ragazzi. Si ha l’impressione di una corsa all’addestramento più che di fronte al processo educativo. I genitori si trasformano in “taxisti” impegnati ad accompagnare i figli alle varie attività. Nella prospettiva dell’educazione dobbiamo chiederci se questa affannosa rincorsa alla ricerca del massimo sviluppo delle capacità cognitive e fisico-sportive giovi ai bambini o risponda alle attese cariche di proiezioni narcisistiche dei genitori.
Non c’è più posto per una buona lettura, per il silenzio, per lo spazio personale. II figlio, quando è visto come un prolungamento di sé, come una ulteriore opportunità per appagare le proprie aspirazioni, per ottenere conferme circa il proprio ruolo genitoriale, è investito di aspettative e attese irrealistiche che lo schiacciano, soffocando la possibilità di una sua piena realizzazione. II mancato riconoscimento dell’originalità e unicità del figlio impedisce lo stabilirsi di un adeguato rapporto educativo basato sul rispetto reciproco e sullo scambio relazionale.
Spesso da parte dei genitori c’e un iperinvestimento nei confronti della crescita dei figli con la tendenza a bruciare le tappe, inseguendo il mito della “precocità” nel tentativo di non far perdere al proprio figlio le migliori opportunità per I’affermazione e il successo sociaIe. L’educazione dei figli è vissuta come un importante investimento; il figlio diventa un bene tanto più prezioso, quanta più raro: i genitori concentrano su di lui tutte le loro risorse e aspettative. Tale iperinvestimento si traduce, sotto I’aspetto emotivo e relazionale, in un atteggiamento protettivo volto a preservare i figli da esperienze frustranti e dolorose. Tanti genitori fanno ogni sforzo per eliminare il dolore e le frustrazioni connaturate a ogni processo di crescita e di separazione. Paradossalmente, così facendo, nel tentativo di avere figli felici, crescono figli fragili, incapaci di far fronte alle difficoltà, insicuri rispetto alle proprie capacità. Se il genitore soddisfa ogni richiesta del figlio, se non lo aiuta ad affrontare progressivamente le frustrazioni che incontra nel processo di crescita, lo priva dell’opportunità di sviluppare gli strumenti necessari per affrontare la vita, Ogni limite rappresenta anche una occasione di crescita. Aiutare i figli a cogliere il senso del limite significa anche aiutarli a sviluppare le proprie capacità, allontanarli dalla pretesa che tutto sia “dovuto” e che si possa ottenere senza fatica. La frustrazione, se ragionevole e commisurata alle possibilità del ragazzo, lo stimola all’impiego delle proprie risorse e lo rende “competente”. Ciò che è davvero importante non è pre¬servare i figli dalle frustrazioni, ma assumere una funzione di “mediazione educativa”, offrendo loro la possibilità di affrontare e superare le difficoltà commisurate alle proprie capacità e risorse. È necessario che i genitori siano capaci di dialogare, mantenendo un equilibrio dinamico e sviluppando la capacità di adattamento flessibile, creativo, al cambiamento, senza perdere il controllo della relazione. L’esperienza quotidiana spinge i genitori a interrogarsi non soltanto su ciò che avviene nei figli, ma anche sui mutamenti, che riguardano la coppia coniugale di fronte al crescere e all’emanciparsi dei figli. Anche i genitori si trovano impegnati in un processo di crescita e di cambiamento, hanno bisogno di trovare luoghi di confronto, di formazione, di sostegno reciproco, di compagnia che li sostenenga nel difficile compito di educare.

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