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Apr 2020
guerra non è fiore petali acqua
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Guerra non è: cerchiamo altre parole per ricostruirci

 

Giornalisti, politici, intellettuali… gente comune dice che “è come fossimo in guerra, anche peggio”. La nostra città da più di un mese è sferzata da un vento freddo che trasuda malattia e sofferenza. Così la Lombardia. Così, possiamo dirlo oggi, il resto del mondo. Non usciamo di casa e se lo facciamo ci guardiamo bene le spalle ma NON siamo in guerra.

Facciamo attenzione alle parole che usiamo, soprattutto chi delle parole ha grande responsabilità… ma anche noi gente qualunque che abbiamo bambini a cui spiegare, o noi psicologi e medici che abbiamo persone da abbracciare e sostenere.

 

“Il linguaggio con le sue regole costruisce la percezione, modellando le attribuzioni e l’esperienza psicologica” per cui utilizziamolo con cura e rispetto.

Io sono nata nel 1977 e la Guerra in Italia non l’ho certo vissuta, ma nella mia testa ho bene in mente quello che mi hanno raccontato i miei nonni e le mie nonne che quel pezzo di storia l’hanno fatta.

Ero ragazzina ma ricordo bene la guerra dei Balcani e le sue atrocità.

Le guerre ci sono anche ora in paesi non molto lontano dal nostro, anche se la tv attraverso cui le guardiamo sembra mettere galassie di distanza.

La guerra, pura ed esclusiva invenzione umana, sono bambini orfani troppo presto che perdono un braccio mentre cercano qualcosa da mangiare nella spazzatura. Guerra è una bomba che nella notte cancella te e tutto ciò che ti circonda. Guerra è violenza su donne, bambini ma anche uomini per ucciderti prima dentro. Guerra sono occhi vuoti e terrorizzati che nessuno riesce ad accogliere.

Lo scriveva il prof. Cancrini pochissimi giorni fa, che “la guerra è il tempo dell’odio. In guerra per sopravvivere si è costretti a uccidere l’altro” […] “Invece questo di oggi è il tempo della vicinanza e della solidarietà”.

Lo sottoscrivo e aggiungo, io, che è tempo dell’amore che soffre perchè non riesce ad essere corpo vicino all’altro.

 

Nessun odio oggi, qui

Se affrontiamo questa situazione pensandoci soltanto aggrediti, insegneremmo ai bambini (che sempre ci guardano e ci ascoltano, non solo con occhi e orecchie ma anche col cuore) solo la paura. Tra l’altro la paura del contatto, della relazione. É molto pericoloso.

Facciamo lo sforzo di uscire da un recinto creato dapprima dalle parole e poi dal modo in cui daremo loro vita e che solo illusoriamente è protettivo. Non inganniamoci. Fermiamoci, se ci è possibile, e pensiamo a cosa è tutto questo. Troviamo le parole più utili per dirlo, che diano un senso reale e magari costruttivo a tutto quanto accade.

Non è facile, non è roba da letterati ma di noi tutti perchè non si tratta solo di linguaggio ma anche di forma mentis, di come guardiamo il mondo, da quale posizione lo percepiamo.

Permettetemi una digressione che cercherò di fare il più semplice possibile.

 

Tutte le discipline – purtroppo anche la psicologia – sono intrise dell’approccio scientifico il quale, ancora oggi, rischia di ridursi ad una visione cartesiana veramente povera: “cogito ergo sum”.

Oggi appare così chiaro che il metodo scientifico e il pensiero esclusivamente razionale ci ha portato ad essere lontanissimi dalla conoscenza, completamente anti-ecologici. Non sto parlando di raccolta differenziata o di foreste in fiamme… anche se sarebbe comunque coerente.

Sto cercando di ripetere quello che Fritjof Capra scriveva nel 1982, sono passati 38 anni e ancora niente.
La comprensione del nostro pianeta, dell’uomo, degli accadimenti come anche quello del Covid-19 non può che sfuggire alla mente razionale: il pensiero razionale è lineare, troppo semplice, la consapevolezza e la conoscenza di tutto ciò che ci circonda è ben altro… è complessa!

Guardiamo il mondo e l’altro da fuori come fossimo in un laboratorio, ma anche noi ci siamo dentro. Finché cerchiamo affannosamente un nemico che, per definizione è “altro e diverso da noi”, non vedremo mai che anche noi – in verità- siamo dentro quel nemico. Se nemico è.

Il Papa saggiamente rifletteva e denunciava che “abbiamo pensato di rimanere sani in un mondo malato”: solo ritenendoci osservatori esterni e padroni del mondo, potremmo immaginarci sani in un mondo malato. Ma noi il mondo lo abitiamo. Anche di più… purtroppo. E adesso che il Mondo ci prende e ci osserva?

Proviamo a cambiare la sedia da cui guardiamo, per vedere e capire. Forse sarebbe meglio dire, scendiamo dalla sedia.

 

Siamo esseri pensanti per cui pensiamo bene.

Pensiamo con la mente e col corpo. Pensiamo complesso. Pensiamo da dentro il pianeta che abitiamo, tanto mai potremo uscirne.

Da lì forse poi ci verranno le parole giuste, quelle che danno significato a quel che sta succedendo, nel qui e ora, ma anche proiettati nel futuro.

  • siamo connessi indiscutibilmente l’uno con l’altro e di questo dobbiamo farne tesoro, non averne paura. È una risorsa.
  • “Se una farfalla batte le ali a Pechino, a New York ( o a Bergamo) piove anziché esserci il sole” per cui dobbiamo essere flessibili e preparati, non ancorati a piccole e rigide “certezze”.
  • Come ci dice la fisica quantistica, la natura si rivela nelle sue relazioni e oggi abbiamo la preziosa occasione di conoscere e capire quali sono le relazioni più importanti, di cui sentiamo la mancanza, quali sono le relazioni (anche di assistenza sociale e sanitaria, per esempio) di cui non potremo più fare a meno.
  • I confini danno significato al nostro vivere ma si possono spostare, cambiare con facilità e/o con dolore.
  • Esistiamo innanzitutto per appartenenza. Appartenenza alla nostra famiglia, alla nostra Bergamo ferita, alla nostra Italia aiutata o meno, al mondo intero.
  • Con tutta questa morte che ci circonda, di persone care o meno conosciute, ma tante, quello da ricostruire è il significato della vita. E i significati si costruiscono dentro le relazioni.

 

Guariamo da questa peste e andiamo avanti

Sì perchè io sono anche romantica, sono della serie che “il bene farà di tutto per vincere”.
Se Einstein, che dello studio dell’Universo (di cui l’uomo fa parte) se ne intendeva, sosteneva che “Due cose sono infinite: l’ Universo e la stupidità umana”, io voglio credere che ci siano una serie di tasselli, di chiavi, di leve che si possono muovere per cambiare lo sguardo e uscire davvero da questa bolla.

E penso che ci devo credere, ci dobbiamo credere perché quello che dobbiamo lasciare in eredità ai nostri figli è la possibilità di farcela, di cambiare, di vivere il più possibile “felici”.

Pensare ecologico, pensare complesso significa anche pensare al futuro.

In questo caso pensare, immaginare e amare il futuro.

Dopo che ci siamo osservati, trovati, noi, qui dentro, troveremo le parole più adeguate… poi viviamole.

 

Mara Bonati, Psicologa e Psicoterapeuta

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