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28
Apr 2020
coppie crisi cucina

Lockdown: coppie in crisi, lessico famigliare e dialogo terapeutico

 

Per gli psicologi l’emergenza sanitaria è stata un’occasione unica per osservare comportamenti che, diversamente dai soliti contesti clinici o di ricerca, non potrebbero cogliere. Per studiare con rigore gli effetti psicologici di una pandemia, che tiene in casa milioni di persone, la psicologia fa uso di strumenti di analisi ben collaudati.

Escludendo il colloquio, dispositivo per eccellenza per una conoscenza approfondita, in quanto non praticabile – ad eccezione degli incontri online – in questo momento, l’intervista resta la modalità più adeguata.

 

Va comunque ricordato che nella fluidità della situazione, mirare con precisione l’oggetto della conoscenza non è facile.

 

L’intervista telefonica ha il vantaggio di raggiungere un vasto pubblico e soprattutto permette una raccolta dati immediata. Nonostante i limiti propri di ogni mezzo d’indagine, si potrebbe dimostrare utile a cogliere la complessità di questo nuovo fenomeno. Al momento, a parte qualche sporadico tentativo di pochi gruppi di ricerca, non sembra che vi siano indagini mirate sul fenomeno, che certamente, finita l’emergenza, sarà oggetto di studio.

Nel frattempo, non avendo dati da analizzare non resta che fare delle ipotesi su quanto accade alle persone, alle coppie e alle famiglie. Da qui una mole eccessiva di opinioni, le più disparate. Basti pensare alle tante interviste rilasciate dagli esperti di settore, psichiatri, psicoterapeuti di ogni genere, neurologi, sociologi, filosofi, neuroscienziati e ovviamente virologi e medici della salute pubblica, questi ultimi a ragion veduta, tutti hanno espresso pareri su quanto accadeva.

Questa pluralità di sguardi disciplinari, sempre arricchente nel dibattito scientifico, ha il merito di offrire spunti di lettura sulla salute psicologica del prossimo futuro. Ogni professionista delle scienze umane con i dispositivi specifici della materia, supportati dall’esperienza, ha disegnato scenari possibili. Tutto legittimo.

 

La questione si apre quando si cerca di utilizzare categorie diagnostiche proprie della soggettività anche ai fenomeni gruppali, quale la pandemia.

 

L’uso di concetti della psicopatologia non appare corretto, non solo da un punto di vista epistemologico, ma di semplice buonsenso: il rischio è di semplificare e banalizzare l’oggetto della conoscenza. A nostro giudizio, questo salto di piani devia e confonde soprattutto le persone comuni.

 

Qualche esempio. Parlare di una società narcisistica, depressa, individualista, egoista, può essere un efficiente slogan giornalistico, ma non permette di cogliere appieno il senso di queste affermazioni, diversamente se si parlasse di un’unica persona.

Pertanto occorre molta cautela, l’utilizzo di termini psicologici dovrebbe essere ponderato. Ciò vale anche per alcuni termini specifici della clinica psicologica e psichiatrica, un caso esemplare è l’uso del termine trauma, sovente ascoltato nelle forme più differenti. (In questa situazione emergenziale dovrebbe essere usato solo per quanti hanno subito un lutto, sono stati ospedalizzati, o per medici, infermieri, e personale sanitario che hanno vissuto una condizione di forte stress).

 

Un dato di fatto. Per la prima volta nella storia della psicologia ci troviamo di fronte a un fenomeno che coinvolge milioni di persone, riferendoci solo all’Italia, per limitare il campo. Nel tempo ci sono stati altri avvenimenti che hanno interessato una moltitudine di persone, si pensi alle guerre e ai permanenti conflitti etnici, le migrazioni di massa, terremoti e tsunami, agli incidenti delle centrali nucleare di Chernobyl e di Fukushima Dai-ichi, che hanno falcidiato vite umane, lasciando i segni di una sofferenza psicologica e sociale indicibile.

La parola trauma, in queste occasioni, ben si presta a diagnosticare lo stato di salute psichico di chi ha vissuto queste esperienze. La psicopatologia, la psichiatria studiando il trauma in tutte le sue manifestazioni, dalla sintomatologia clinica alle possibili cause, dagli interventi psicoterapici ai farmaci, hanno convenuto che il trauma è una risposta ad eventi di una certa gravità, spesso imprevisti, che compromettono lo stato di salute psicologico e di benessere di una persona.

 

Senza entrare in disquisizione tecniche, da cui emergono approcci alla cura differenti tra le scuole di psicoterapia, la parola trauma viene impiegata come una valigia in cui si possono trovare più cose.

 

Questi eventi traumatici possono portare a un disturbo rigoroso diagnosticato come PTSD (Post Traumatic Stress Disorder). Interessante una nota storica, il fenomeno è stato studiato negli Stati Uniti soprattutto a partire dalla guerra del Vietnam e dai suoi effetti sui soldati. Pertanto il termine trauma rimanda a situazioni di guerra, e nello stesso tempo ne diventa metafora di tutte quelle situazioni a forte impatto emotivo, cognitivo e relazionale.

Utilizzare il termine in contesti sociali, certamente rende l’idea, in quanto si imprime nell’immaginario collettivo, ma si corre il rischio di non cogliere la complessità di un fenomeno che resta soggettivo.

 

Gli studi sulla resilienza confermano l’idea che la risposta di una moltitudine di persone che hanno vissuto lo stesso grave evento, è differente tra loro.

 

La capacità di far fronte ad eventi drammatici nella propria esistenza, dipende da una serie di fattori che si dimostrano protettivi per la salute psichica.

Se proprio vogliamo avvalerci del termine trauma, è opportuno usarlo nell’accezione di frattura, o meglio, veicolo di una differenza, più o meno violenta, di un lessico familiare che deve rigenerarsi per trovare nuove parole e significati.

Nella babele delle emozioni, della confusione, del disorientamento, che le coppie e le famiglie vivono, solo il riconoscimento di essere soggetti fondati dal linguaggio (non trascurando mai le emozioni, seppur elementi significanti e quindi linguistici) può aiutarci a ridefinire un legame.

È lo stesso linguaggio, seppur con una grammatica propria, che gli psicoanalisti trovano nelle manifestazioni dell’inconscio, come ricorda Milton Erickson. Nel suo famoso approccio alla mente inconscia come creativa e generatrice di soluzioni, intravede proprio nel linguaggio lo strumento per un cambiamento:

 

«le convinzioni, le parole preferite, il contesto culturale, la storia personale o le abitudini del paziente sono frammenti di un discorso che invitano e aprono al dialogo terapeutico.»

 

Quindi, a maggior ragione, occorre grande attenzione quando il concetto di trauma viene applicato alle relazioni familiari, di coppia, educative, si corre il rischio di snaturarne il senso, creando solo disorientamento e allarmi ingiustificati.

Quando si leggono interviste, in questo caso dal presidente della società di epidemiologia psichiatrica (Corriere della sera del 10.04.2020) che afferma, rispondendo a una domanda sulle motivazioni per cui la gente tende a uscire di più di casa nella situazione di lockdown: “La realtà è fatta di persone che coabitano in pochi metri quadrati, di crisi relazionali che prima non erano evidenti in quanto le occasioni di scambio e interazioni erano ridotte”, il che potrebbe avere delle ragioni, lasciano qualche dubbio in chi si occupa di legami di coppia: appare un giudizio che semplifica e generalizza la complessità di una relazione.

Diversamente la riflessione di Luigi Zoja, psicoanalista Junghiano (Corriere della sera, La lettura, del 12.04.2020) che alla domanda se l’isolamento può creare conflitti in una coppia, risponde: “Credo che dipenda dalla qualità delle persone: la situazione contingente può creare conflitti ma anche maggiore solidarietà. Si può andare in una direzione o nell’altra.” È una risposta di buon senso, che apre a possibilità differenti, riconoscendo le variabili soggettive e di contesto.

 

Una nota. A proposito del lockdown, in un’intervista (Eco di Bergamo del 18.04.2020) Nando Pagnoncelli, presidente IPSOS – un centro di ricerca e un osservatorio dei costumi italiani – afferma che da una recente indagine emerge che è opinione di tante persone, in questa situazione di isolamento forzato, di mettere in sicurezza e proteggere la salute, anche a costo di sacrifici, con le sue parole: “Poi c’è un dato che stupisce e riguarda i tempi della clausura domestica: il 17% è disposto a rimanere nell’attuale condizione ancora per 2° o 3 settimane, il 25% per 1 o 2 mesi, se necessario, e il 46% anche oltre.”

Non vi è dubbio che una situazione di isolamento forzato possa creare, anche in coppie dai legami consolidati, una certa fibrillazione, dissapori e malintesi, con annessi litigi. Addurre causa di conflitti alla nuova situazione appare eccessivo e al momento non dimostrabile. Di contro, possiamo pensare che una vicinanza obbligata possa stemperare conflitti preesistenti.

 

Affermazioni causa-effetto, non valgono nelle relazioni umane le cui variabili, richiamano in gioco discipline molto complesse.

 

Un esempio può meglio aiutarci ad chiarire la nostra tesi. “In Cina boom di divorzi dopo convivenza forzata in isolamento a causa del coronavirus. A seguito dell’epidemia, molte coppie sono state costrette a una convivenza stretta per oltre un mese, il che ha fatto emergere dei conflitti latenti”. Questa notizia da un po’ di tempo si propaga su alcuni giornali online.

Solita fake news? Probabile. Certo è, che la notizia ha trovato eco nel mare magnum delle discussioni sulle conseguenze dell’epidemia. Soprattutto qualche rivista leggera, una volta si diceva da salone di parrucchiere – mai come oggi professione agognata, vista l’impossibilità di tagliarsi i capelli – hanno rilanciato il tema.

Ora, il solo comparare e/o insinuare, da parte di qualche esperto, ed è accaduto, che potrebbe verificarsi anche in Italia, non rende valore alla complessità, originalità e creatività dei legami di coppia. Non entrando in merito agli aspetti interculturali ed antropologici e men che meno politici che vanno a confrontare la millenaria cultura Cinese e Italiana, appare evidente che i cittadini di Wuhan in Cina, siano leggermente differenti dagli abitanti della provincia di Bergamo.

 

Una nota. Abbiamo trovato, in alcuni articoli sull’emergenza sanitaria, più saggezza e metodo al pensiero complesso da parte di scrittori e letterati come Claudio Magris, Alessandro Baricco e Antonio Scurati, che in tanti pseudospecialisti.

Più che fornirci consigli à la carte sono riusciti, da raffinati osservatori del sociale, a centrare il cuore del problema: la comunicazione e il valore della parola per leggere i costumi culturali del nostro paese.

L’ampiezza del discorso e il modo con cui hanno espresso le loro opinioni dovrebbe suggerirci una visione plurale ai fenomeni sociali, che come sempre, possono essere osservati dal buco della serratura o da un telescopio: micro e macro è tempo che dialoghino.

Il filosofo della scienza Mauro Ceruti, in un’ottica sistemica, stigmatizzando la parcellizzazione dei saperi, lo chiama sguardo planetario, che permette di connettere le azioni umane nel contesto globale.

 

Ancora una nota. La scelta del premier Giuseppe Conte nel nominare, insieme ai migliori esperti delle diverse discipline, la professoressa Elisabetta Camussi, docente di Psicologia Sociale, nella task force per la ripartenza valorizza l’idea di sistema, segno di lungimiranza e attenzione a una psicologia aperta alla conoscenza delle relazioni umane e al tessuto sociale.

Sempre della stessa squadra, anche il prof. Enrico Giovannini, economista e statistico, già presidente dell’ Istat, citando Thomas Kuhn, invoca un “cambio di paradigma” – processo che si innesca quando un pensiero dominante, incapace di spiegare anomalie che non dovrebbero esistere, viene soppiantato da un pensiero diverso – con le sue parole:

 

«La crisi che viviamo è di natura “sistemica”. Possiamo quindi rispondere efficacemente ad una crisi sistemica adottando politiche settoriali? Ovviamente, la risposta è no, ma è ciò che rischiamo di fare.»

 

Dello stesso avviso è il prof. Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano, che all’avvicinarsi della fase 2 del lockdown, dopo un’attenta analisi di quanto accade, afferma:

“È una crisi centrata sulla persona e lo è in modo più doloroso possibile, perché mette in conflitto tutte le dimensioni principali del nostro modo di essere umani: la salute, il bisogno di relazioni e la necessità di essere attori del sistema economico. Ciò introduce interconnessioni inedite tra problemi e perturba drasticamente gli equilibri, pur fragili, su cui si fondavano i nostri sistemi economici e sociali.

[…] Il risultato che possiamo offrire oggi è un modello – sviluppato da un gruppo multidisciplinare del Politecnico di Milano – basato sulla teoria dei sistemi dinamici, che descrive attraverso un insieme di variabili correlate le relazioni funzionali tra sottosistemi più rilevanti in questa crisi: la persona, l’impresa e il commercio, il lavoro, la sanità, il trasporto, la finanza, la scuola l’assistenza.” (Corriere della sera del 25.04.2020)

 

Una lunga digressione, certamente frammentata, solo per connettere alcuni spunti del dibattito sociale sul fenomeno emergenza sanitaria, che vede protagonisti giornalisti, opinionisti, commentatori ed esperti vari, ed alcune osservazioni psicoterapeutiche sulle relazioni di coppia.

  • In sintesi abbiamo focalizzato l’attenzione su tre concetti del dibattito:
    l’uso delle parole e del linguaggio nella comunicazione;
  • l’approccio epistemologico al fenomeno;
  • il concetto di trauma;

inserendoli nel discorso delle psicoterapie di coppia che affrontiamo in questo periodo – nello specifico coppie conflittuali¹.

 

Diversamente da quanti presagivano tragedie nelle relazioni di coppia, sosteniamo che l’isolamento forzato non abbia alterato in modo significativo il precedente clima relazionale tra i partner.

 

Anzi, ove in presenza di figli si sia instaurata una situazione di maggiore collaborazione e cooperazione. Il campo di osservazione per mettere alla prova questa idea, ci è stata offerto dalle coppie conflittuali, seguite prima dell’emergenza, che hanno richiesto incontri online.

Quindi i dati riportati sono il frutto di colloqui online – metodo già utilizzato, seppur in modo sporadico, con pazienti trasferiti all’estero per lavoro o che hanno problemi negli spostamenti – e sono svolti in coterapia (presenza di due terapeuti) oppure un terapeuta con un singolo partner.

 

Una nota. Questo non esclude che l’isolamento metta a dura prova i legami, amplificando dissapori e malintesi e che, come avviene nel processo terapeutico, vi siano una costellazione di emozioni che mutano ad ogni quotidiano soffio di vento. Infatti, altro sono le prime settimane di disorientamento, utilizzate all’organizzazione delle routine, altro è una convivenza di qualche mese.

Il fattore tempo gioca un ruolo importante – certamente non avere una data precisa per ricominciare, di per sé produce incertezza – non solo per sedare ansie e angosce, ma per definire le possibilità future: pensiamo al lavoro, alla scuola.

Inoltre, l’ipotesi che facciamo non riguarda coppie in cui viene praticata la violenza di genere, nelle diverse forme. Purtroppo anche in questo periodo la cronaca ci racconta di femminicidi. Addurre la possibile causa all’isolamento forzato, appare logico, ma la complessità di questi legami suggerisce un’interpretazione differente.

Un ultimo caso riportato dai giornali: “Ha sparato alla sua compagna con un fucile a pompa, un colpo secco alla testa. […] l’autore, apparso molto lucido, ha raccontato di essere geloso di lei, un pensiero che nell’ultimo periodo era diventato ossessivo. Da circa due settimane la donna aveva accettato di ospitare il compagno a casa sua per via dell’isolamento imposto dal coronavirus. Non risultano denunce sporte dalla donna o segnalazioni di violenze pregresse. Ma in passato l’autore era già stato denunciato due volte per violenza dalla donna con cui all’epoca era sposato.” (Repubblica del 20.04.2020)

 

La violenza di genere è brutale fenomeno sociale che chiama in causa una serie di variabili culturali, sociali, psicologici, antropologici molto complesse.

 

Nonostante ferree norme giuridiche a tutela delle vittime è sempre in aumento. I Centri Antiviolenza denunciano un aumento del 25% di nuove richieste di aiuto. La convivenza forzata, visto lo stretto controllo del partner, certamente non facilita le donne ad accedere ai sevizi di aiuto.

 

La nostra idea, che può sembrare ottimistica e speranzosa, trova fondamento nell’esperienza pluriennale sul campo, presso l’Associazione di psicologia e psicoterapia il Conventino.

Un riferimento, che ci permette un confronto con quanto accade oggi, lo troviamo nella crisi economica del 2008 protrattasi per molti anni e mettendo a soqquadro il mondo del lavoro e l’intera organizzazione sociale. La chiusura di molte aziende, la perdita di posti di lavoro, il calo netto dei consumi, l’aumento di povertà che ha colpito il ceto medio, anche allora quello scenario faceva presagire una aumento della conflittualità di coppia e di divorzi.

In realtà in Italia tra il 2008 e il 2014, il trend delle coppie che arrivano al divorzio è stato sostanzialmente stabile, appena sopra i cinquantamila, mentre nel 2015 l’introduzione del “divorzio breve” ha fatto registrare un consistente aumento (Istat). A conferma che, nonostante una forte crisi che ha cambiato i costumi e l’organizzazione sociale e familiare, non sono state registrate scosse telluriche di rilievo nei legami di coppia.

Un evento esterno, per quanto deflagrante possa essere, deve fare necessariamente i conti con il sistema coppia – i cui processi di autoregolazione assorbono e trasformano le informazioni che provengono dall’esterno costruendo nuovi equilibri – che ha una propria storia ed organizzazione, una cultura valoriale e una spiritualità praticata, una costellazione emozionale e sentimentale, punti di resilienza inimmaginabili, il tutto inserito in contesto famigliare allargato, che nella nostra provincia Bergamasca, spesso è a confine con un familismo accentuato, altro che Cina.

 

A questo va aggiunto l’emergere di un movimento sociale di solidarietà tra la gente, che ha raggiunto picchi di generosità inimmaginabili.

 

Questo movimento popolare, che ha coinvolto soprattutto giovani, associazioni di volontariato, protezione civile, gruppi di alpini, parrocchie, semplici cittadini, si è contrapposto al clima di morte con uno slancio vitale ineguagliabile. L’immagine degli operatori sanitari esausti negli ospedali o dei camion militari che trasportano le bare verso la cremazione, restano impresse nella memoria collettiva di una comunità. Come non pensare che queste informazioni, al pari della malattia, non abbiano una ricaduta sulle dinamiche familiari?

 

Questa emergenza è un’esperienza unica. Ogni persona si trova a sperimentare contemporaneamente, la frustrazione dell’isolamento, e allo stesso tempo un forte sentimento di vicinanza e di fratellanza. Al momento, come questi due elementi vengono elaborati singolarmente e nella coppia, non è dato saperlo.

Da un punto di vista teorico e in parte di esperienza clinica, ci sentiamo di affermare che il sentimento di solidarietà, incarnato nelle tante scene di aiuto, prevalga sulle frustrazioni di una coabitazione coatta e che dissidi e conflitti vengano ridimensionati, se non frenati.

Identica situazione è stata osservata in coppie in crisi, dove uno dei partner presentava una malattia severa. È pensabile che il conflitto si attenui, e nel mentre, l’attenzione si sposti sull’emergenza, dando spazio a comportamenti di cura e accudimento, seppur non sempre spontanei.

 

I dati dell’osservazione

Le informazioni raccolte rientrano nelle diverse fasi del processo terapeutico, che è finalizzato a favorire la cura e il benessere dei partner. Non si è trattato di somministrare un questionario o di fare un’intervista a cui pazienti erano invitati a rispondere.

Di solito dopo una prima fase di accoglienza in cui i partner raccontavano i loro vissuti emozionali, le paure e le preoccupazioni per quanto accadeva, entravano sui temi del conflitto, ora in accordo, ora in aperto dissenso.

È luogo comune pensare che sono i terapeuti a dettare l’agenda dei colloqui, oggi un approccio delle emozioni, in un clima di ascolto empatico, favorisce il dialogo orientando la conversazione tra tutti i partecipanti.

Pazienti e terapeuti cercano, seppur con competenze e pensieri differenti, di costruire insieme una trama, una narrazione da cui possono emergere idee inedite, elaborazioni profonde e una nuova comprensione. Il tutto in una cornice in cui le relazioni e i legami significativi sono al centro del discorso e dove ogni partner può “mobilitare qualità inconsce inespresse” (Milton Erickson).

Inizialmente per alcuni pazienti la richiesta di suggerimenti, di consigli sul quotidiano si è trasformata in domande sul futuro, sul come riprogettare un percorso esistenziale; mentre sullo sfondo i temi del conflitto sfioravano, ora punte di acredine, ora di rassegnata tregua.

 

Una nota. I partner in conflitto tendono a mantenere ad oltranza il loro punto di vista, cercando di perorare la propria causa. Sovente si assiste a un braccio di ferro in cui ognuno cerca di affermare la propria verità. Questi movimenti portano a uno stallo – in realtà è solo il sistema coppia che si autoregola – in cui la relazione oscilla tra minacce di rottura e slanci di avvicinamento. Anche nelle fasi di maggiore escalation della conflittualità si osservano comportamenti che riducono o azzerano la tensione. Ricordiamo che nelle normali baruffe d’amore, queste situazioni si chiudono celermente, perché fanno parte del gioco di coppia

 

Vediamo nel dettaglio quanto emerge dagli incontri del nostro campione, ricordando che l’ipotesi avanzata non ha alcuna pretesa statistica, se non il pregio di cogliere degli orientamenti su cui costruire una possibile pista di ricerca, al momento inedita.

Le coppie in osservazione sono diciassette, quattordici con figli minori, due con figli maggiorenni, una senza figli. I partner hanno un’età compresa tra i trenta e i sessanta e il grado di istruzione è medio alto.

 

Semplificando le osservazioni riducendole a tipologie, abbiamo individuato due modalità di risposte delle coppie:

 

(1) Per la maggior parte (tredici coppie) il conflitto si è attenuato, vi è stata una buona collaborazione nell’organizzazione familiare. I padri si sono dimostrati attenti e propositivi ai bisogni dei figli. Entrambi i partner hanno mantenuto un adeguato rispetto reciproco, con comportamenti pertinenti al contesto.

Le questioni critiche che avevano portato alla consultazione sono state congelate, anche se a tratti ci sono stati toni esasperati. Inoltre hanno dimostrato di saper ripristinare un clima favorevole al dialogo, mediando le proprie posizioni.

Poche sono state le occasioni di intimità e sessualità, ogni partner ha cercato comunque di mantenere una distanza di sicurezza: vicini ma allo stesso tempo lontani. In alcuni momenti hanno condiviso attività comuni: cucina, tv, giochi da tavoli con i figli.

I partner che svolgevano smart- working, in modo differente tra generi, dopo una prima difficoltà sono riusciti a conciliare con le routine quotidiane, riprogrammando la cronologia di tempi da dedicare alle diverse attività. (Si potrebbe aprire una riflessione su come questa emergenza abbia modificato anche gli stessi ruoli nell’organizzazione della casa. Alcuni studiosi pensano che molti uomini hanno solo confermato il diritto ad una divisione rigida dei ruoli, visto l’aumentato senso di responsabilità delle donne, altri osservatori rilevano una maggiore consapevolezza degli uomini del lavoro svolto dalle donne, primo passo verso una comprensione e valorizzazione delle stesse.)

Con le parole dei protagonisti:

  1. “Siamo entrambi a casa perché positivi ma sono comunque felice di questo assurdo periodo, stanno arrivando cose buone sia da Paolo che dai bambini”

“Tutto sommato non sta andando male, con alti e bassi ovviamente. Va un po’ a giornate, ma in fondo
l’allontanamento forzato dall’ambiente lavorativo mi sembra che lo abbia reso più tranquillo e rilassato, si sta dedicando ai bimbi e alla casa, speriamo bene. A volte era esploso ma poi ha avuto la capacità di rientrare in minor tempo.”

“Io sono rientrata al lavoro da una settimana ma sono contenta. Paolo ancora a casa perché è ancora positivo ma sta bene, fa da maestro ai bambini per divertirsi… comunque per fortuna loro sono sereni e hanno avuto beneficio della presenza a quattro per qualche settimana. Con Paolo abbiamo goduto di un periodo intenso, sono molto felice dell’evoluzione… stiamo bene. Al momento mi godo appieno questo ottimo clima di coppia, al rientro al lavoro anche suo credo cambierà il tempo!”

 

(2) Quattro coppie hanno mantenuto un grado di conflittualità elevato. Finita la prima fase di luna di miele, in cui, seppur con preoccupazione, dovevano gestire la quotidianità, sono ricominciati i dissapori. Ogni situazione è stata propizia per discutere sui temi della crisi. La convivenza forzata, aumentando i contatti ha creato maggiori occasioni di contrasto.

Unico momento di tregua, quando erano impegnati in altre attività: giardino, smart- working o lavoro fuori casa, fare la spesa. Per queste coppie vivere da separati in casa non appare una novità. Negli anni, abbiamo rilevato che questa formula si presta, soprattutto nei casi di conflitto aperto, a ristabilire un certo equilibrio di civile convivenza. I partner non pronti a una separazione in tacito accordo, individuano uno stile di vita che sia di ragionevole vicinanza e cooperazione. Non sempre facile, soprattutto ove c’è stato un tradimento.

Sembra che, nonostante lo tsunami sociale, le loro energie restino imbrigliate nell’alimentare il conflitto. Di fatto, chiusi nella bolla perpetuano un rituale tra escalation e rassegnazione, convinti di trovare una possibile soluzione. I litigi diventano l’unica espressione comunicativa: paradossalmente ne diventano una forma per mantenere il legame.

Va ricordato che la stessa modalità la riportano nel setting terapeutico, in questo caso la presenza dei terapeuti vien investita di aspettative spesso magiche. Il costo emotivo ovviamente è molto alto, spesso sfocia in una serie di sintomi importanti. Nelle donne prevale una condizione depressiva reattiva, mentre per gli uomini si osservano stati d’ansia elevati, agiti aggressivi e allontanamenti da casa.

Con le parole dei protagonisti:

  1. “Mi ha detto che è venuto in terapia solo perché ho insistito, ma che rimane convinto che il problema sia il mio carattere. Dice che chiunque al suo posto sarebbe esasperato. Ha anche detto che se non fosse per i bambini se ne sarebbe già andato, ma purtroppo non può lasciarli soli con me perché sono troppo piccoli ancora. Dice che non saprei come fare da sola, senza di lui, perchè non ho obiettivi e sto rovinando i figli viziandoli o allontanandoli a seconda dei miei umori. Dice che quando saranno più grandi se ne andrà e solo allora capirò che fortuna mi sono lasciata sfuggire.”
  2. “Com’è difficile; mi sono presa cura di lui per tutto il periodo della malattia, ed ora che sta meglio ha ricominciato a criticare tutto. Spesso mi dice che riesco a gestire solo il gatto e il cane. Niente è mai abbastanza, vede solo le mancanze, il presunto disordine. Quando mi arrabbio con il bambino, anziché sostenermi, aiutarmi e stare dalla mia parte confermando le regole, non perde invece occasione per ribadire le mancanze che, secondo lui, ci sono, oppure chiude la porta e pensa ai fatti suoi. La convivenza così 24h mi pesa tantissimo.”

 

Riflessioni aperte

Come ricordato in premessa, le storie che le coppie raccontano durante l’isolamento forzato suggeriscono riflessioni su più versanti. Tutte seguono il filo rosso della comunicazione nella relazione. Che si tratti di agiti, di emozioni, di atteggiamenti, di parole, il discorso si dipana in un contesto in cui la teatralizzazione dei partner gioca posizioni, ora rabbiose e rancorose, ora gentili, comprensive e rispettose.

Questo nuovo scenario emergenziale, per taluni è stato propositivo e creativo, per altri ha confermato copioni (modelli) già in uso, seppur poco funzionali. Questo vale anche per noi terapeuti. Noi siamo sempre nel sistema che osserviamo, con le nostre premesse, idee, emozioni, cerchiamo di favorire un dialogo in cui pazienti e terapeuti vivono un processo di cambiamento.

 

Tratteggiamo alcune riflessioni:

  1. Trovarci come psicologi e nello stesso tempo cittadini, che vivono la stessa condizione, rende il processo terapeutico affascinate. Ci troviamo ad essere osservatori di un fenomeno in cui siamo anche attori e protagonisti. L’isolamento delle nostre famiglie, la preoccupazione dei genitori anziani, la perdita di una amico, un parente, un collega di lavoro creano una clima emotivo che inevitabilmente riportiamo nel setting terapeutico.
  2. Le situazioni limite fanno un po’ da liquido di contrasto e ci permettono, guardandoci dentro, nel profondo, di scoprire cose su di noi che non sapevamo o che non ci ricordavamo più di sapere e sulle relazioni che intratteniamo.
  3. Le coppie entrate in terapia con intenti positivi, cioè di reale desiderio di mettersi in discussione, ne hanno, in questo periodo, tratto beneficio, mentre quelle che lo hanno fatto per dovere nei confronti del coniuge, senza una motivazione ed un intento collaborativo, hanno solo cercato di marcare e convalidare la distanza relazionale.
  4. Per alcune coppie spostare il proprio sguardo sul partner in modo compassionevole ha permesso di sperimentare momenti di maggiore empatia, passando dall’autoreferenzialità della propria sofferenza all’ascolto e al rispetto dell’angoscia del coniuge.
  5. Un atteggiamento di tenerezza nei confronti delle fragilità dell’altro può aumentare la capacità di comunicare meglio anche il proprio stato d’animo; le parole autentiche, come fili invisibili, tessono trame che permettono anche di modificare il prezioso tessuto che caratterizza e rafforza la tenuta stessa della coppia.
  6. Quando dal qui-ed-ora delle esperienze del quotidiano si passa a recriminazioni fuori tempo, riferite al passato, la comunicazione diventa aggressione e non lascia certo spazio a cura e attenzione realmente sentiti.
  7. L’ assurda situazione vissuta, ha portato alla luce caratteristiche di personalità che i coniugi avevano già intravisto (sia positive che negative) e che si sono meglio evidenziate. Inoltre ha sollecitato una maggiore introspezione, capacità di ascolto e comprensione, di mediazione e senso di responsabilità.
  8. Solidarietà e vicinanza, costruita sull’accudimento dei figli, favorisce una concordia e una condivisione inedite, utili per stemperare il clima di attrito e di tensione.
  9. Nella coppia in cui i pregiudizi appaiono macigni inscalfibili, anche di fronte ad una situazione emergenziale il dialogo fa fatica ad emergere. Arduo, in alcuni casi, anche per esperti terapeuti riuscire a movimentare idee, curiosità e fascinazione tra i partner.
  10. Per la maggior parte delle coppie l’emergenza sanitaria è stata occasione per riflettere sul tema della malattia e della morte, ponendo al centro domande esistenziali, spesso accantonate per la fretta e la velocità dei ritmi quotidiani.
  11. In molti hanno ragionato sul prossimo futuro. Pur riconoscendo le preoccupazioni e le fatiche che li aspettano, restano fiduciosi nella capacità del paese di poter superare questo momento: un orgoglio che, quando si parlava di medici e operatori sanitari in prima linea, incrinava la voce… anche ai terapeuti.

 


Nota a margine

¹ Coppia conflittuale: Il termine conflitto nelle relazioni di coppia – nel nostro caso conflitto a rischio di separazione – rimanda a situazioni in cui ogni partner, partendo da una posizione di verità, ne rivendica in modo esclusivo la legittimità, escludendo il punto di vista dell’altro. In questo contesto, ogni singolo atto comunicativo tende a contrapporre le differenti visioni del vivere. In una conversazione tutti gli argomenti possono diventare oggetto di contrasto – ciò non significa che il termine abbia un’accezione negativa, in quanto è solo uno dei tanti modi del comunicare. Tralasciando le ragioni che storicizzano questi atteggiamenti e le diverse forme in cui vengono manifestati – cultura della coppia, tratti di personalità, psicopatologia – per la nostra osservazione è stato utile soffermarci, per ragioni di spazio, solo su alcuni indicatori comportamentali del conflitto:

  • Emotività espressa
  • Uso del linguaggio nel dialogo: critiche, disprezzo vs gentilezza, valorizzazione, rispetto
  • Atti e agiti di violenza
  • Collaborazione vs ostruzionismo, disimpegno e ritiro sulla difensiva* nella cura del quotidiano e genitoriale
  • Capacità di compromesso e mediazione
  • Stress e somatizzazioni del partner
  • Intimità e comportamento sessuale: rifiuto, mancanza di desiderio vs corteggiamento, seduzione

*(J.S.Gotman – J.M. Gotman)

 

Antonella Bindocci, Psicologa e Psicoterapeuta

Salvatore Palazzo, Psicologo e Psicoterapeuta

Allegati

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