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29
Mag 2020
lockdown violenza donne

Lockdown e violenza sulle donne: esperienze di psicoterapia

 

Che la situazione di isolamento per coppie ad alta conflittualità, espressa con episodi di violenza psicologica e fisica verso le donne, creasse un rischio per le donne, non vi erano dubbi.

Una prima ricerca sulle conseguenze della pandemia sulle persone, già riportata nel sito del Conventino, mostrava come le tensioni si acuissero maggiormente nelle situazioni di forte stressEssere disoccupati, vivere con più persone, avere a casa bambini/ragazzi in età scolare, avere subito un evento stressante (chiusura attività), e la perdita di guadagno sono positivamente correlati (aumentano) con lo stress psicologico e i rischi per la salute mentale

Se a questi indicatori aggiungiamo un contesto, ante epidemia, in cui il partner manifestava aperti contrasti con continue vessazioni, aggressioni verbali e/o agiti violenti, verso la partner, il clima non poteva che essere esplosivo.

 

Una nota. Un partner violento non vuole rinunciare alla sua “preda” e mantiene un comportamento di controllo e di imprevedibilità che tende a creare paura e isolamento nella sua vittima.

 

Superfluo ricordare che il fenomeno coinvolge fortemente anche la nostra civile penisola, come da anni illustrano i dati sulla violenza di genere, per non parlare dei femminicidi, epilogo tragico che costella le pagine di cronaca quotidiana. Le vittime sono solo donne, spesso insieme ai figli che assistono terrorizzati ad ogni forma di violenza.

I numeri registrati dalle associazioni e servizi di tutela appaiono incredibili, soprattutto quando si fanno proiezioni sul sommerso. La maggior parte delle donne non denuncia quanto vive in casa: per una serie di ragioni, psicologiche e socioeconomiche. La paura pietrifica ogni movimento, chi subisce violenza non ha la forza e il coraggio per poter spezzare quel legame malato.

Ecco perché i Centri Antiviolenza che accolgono e monitorano il fenomeno quando nel mese di marzo, in piena pandemia, hanno registrato un drastico calo di domande di aiuto e protezione si sono allarmate. Dal loro osservatorio le ragioni erano da ricercarsi proprio con l’isolamento forzato.

*Infatti già le Nazioni Unite, i movimenti femministi e le associazioni che lavorano con le donne segnalavano da settimane che le restrizioni decise dai vari paesi per contenere il coronavirus avrebbero avuto delle conseguenze sulla violenza domestica. Essere costrette a restare a casa e a condividere costantemente lo spazio con i propri aggressori avrebbe cioè creato circostanze tali da compromettere ulteriormente l’incolumità delle donne, rendendo anche più difficile chiedere aiuto: non solo perché la costante presenza del partner avrebbe reso impossibile per le vittime parlare liberamente al telefono, ma anche perché le relazioni sociali venute a mancare con l’isolamento nelle case erano un fattore protettivo contro la violenza domestica.

Le loro preoccupazioni erano ampiamente fondate, come ci dicono i dati di questi giorni. «Il 78 per cento dei centri ha dichiarato di aver registrato una diminuzione nel numero di nuovi contatti in seguito all’introduzione delle misure di contenimento, mentre solo una parte – 18 per cento – non ha osservato variazioni.» Dai dati del Telefono Rosa risulta che le telefonate, rispetto a quelle dello stesso periodo dell’anno scorso, nelle prime due settimane di marzo sono diminuite del 55,1 per cento passando da 1.104 a 496.

I dati riportati dall’Associazione D.i.Re, che riunisce 82 centri antiviolenza indipendenti, ci dicono che le richieste d’aiuto ricevute da donne vittime di violenza tra il 6 aprile e il 3 maggio erano fortemente diminuite: la percentuale di donne che si erano rivolte ai centri antiviolenza per la prima volta era pari al 33 per cento del totale, mentre nel 2018 le richieste provenienti da donne che non avevano mai chiamato prima erano pari al 78 per cento. In aggiunta : «Confrontando il numero di richieste ricevute tra il 6 aprile e il 3 maggio, ancora in pieno lockdown, vale a dire 2.956, con il numero di richieste ricevute mediamente al mese nel 2018, ultimo anno per cui è disponibile la rilevazione dati, pari a 1.643, si nota un incremento complessivo di richieste del 79,9 per cento».

*I femminicidi in Italia (che avvengono per più dell’80 per cento all’interno della famiglia) da gennaio 2020 a venerdì 8 maggio sono stati 25 in totale, mentre nello stesso periodo del 2019 erano stati 26: sono cioè rimasti sostanzialmente stabili, suggerendo una volta di più che il calo delle telefonate e delle denunce non si debba a un calo delle violenze.
L’Istat – in collaborazione con il Dipartimento per le pari opportunità e le Regioni – ha condotto la prima indagine sui 281 centri anti-violenza in Italia, diffusa a fine ottobre, secondo la quale nel 2017 si sono rivolte ai centri anti-violenza 43.467 donne (15,5 ogni 10 mila). Il 67,2% ha iniziato un percorso di uscita dalla violenza (10,7 ogni 10 mila). Tra quelle che hanno iniziato questo percorso, il 63,7% ha figli, minorenni nel 72,8% dei casi. L’analisi Istat mette in luce un elemento su tutti: l’insufficienza dell’offerta dei centri anti-violenza. La legge di ratifica della Convenzione di Istanbul del 2013, infatti, individua come obiettivo quello di avere un centro anti-violenza ogni 10 mila abitanti. Al 31 dicembre 2017 sono attivi in Italia 281 centri anti-violenza, pari a 0,05 centri per 10 mila abitanti.

La divulgazione di questi dati attraverso i media ha permesso di sollecitare l’opinione pubblica sul fenomeno, e allertare quanti si occupano di protezione e tutela delle donne. Informare in modo puntuale e chiaro e sensibilizzare ad una cultura di genere, sono le armi migliori per prevenire le diverse forme di violenza.

Tenere alto il dibattito ha la funzione di incalzare alla responsabilità gli amministratori che devono promuovere e sostenere politiche di accoglienza, di cura e tutela per quelle donne che denunciano la violenza, ma che necessitano di luoghi protetti, per loro e per i figli. Il ciclo della violenza si spezza solo mettendo in sicurezza chi con fatica segnala questa condizione.

Il percorso di ricostruzione della donna violata è spesso impegnativo e doloroso. L’aiuto di psicologi, assistenti sociali, avvocati, educatori, è efficace se il clima di accoglienza è protettivo, se il legame di fiducia è reciproco, se la rinascita indica una speranza di cambiamento.

Non sempre questo percorso mantiene la linearità che ci si aspetta, anche per gli stessi operatori di tutela. Sovente per queste donne il desiderio di cambiamento, di affrancarsi da una situazione invivibile, segue traiettorie articolate, fatte di pause e di ripensamenti, di negazioni e di accettazioni.

 

La psicologia della donna vittima di violenza è molto complessa.

 

Le variabili che entrano in gioco nel processo decisionale che non permettono di uscire dal tunnel non si possono affrontare con semplici suggerimenti o incoraggiamenti di amici o parenti. L’intreccio narrativo di un ciclo di violenza fa emergere una serie di fattori emozionali e relazionali che affondano le radici nel percorso evolutivo della donna.

Spesso si attivano costrutti e copioni psicologici che richiamano traiettorie le cui origini vanno ricercate nei legami familiari. Forme comunicazionali svalorizzanti, mancato riconoscimento e di rispetto, poco incoraggiamento, scarsa stima e fiducia nelle capacità, unite ad una negazione dei bisogni di crescita, sono il terreno di coltura di un’immagine di sé inadeguata.

Se a questo si aggiungono forme di maltrattamento fisico durante l’infanzia e l’adolescenza, il seme della depressione comincia a pervadere. Per una bambina, anche la sola violenza assistita, richiama questo scenario. Le conseguenze di queste ferite segnano e orientano l’intera organizzazione della personalità, i sistemi emozionali e relazionali.

La violenza diventa cifra di un processo comunicativo soggettivo e sociale che andrà a modificare i parametri usuali che definiscono una relazione. L’agito violento, trasforma lo stesso linguaggio del corpo, la bambina, poi donna, apprende un vocabolario che modifica il significato di un gesto, di una espressione, di un’emozione o sentimento.

Il non riuscire a decodificare i segnali che provengono dal proprio sentire, non dare voce e parola ai vissuti, per paura di non essere compresi dall’altro, crea una confusione che disorienta. Questa è la ragione per cui tanti atteggiamenti e i comportamenti che queste donne mettono in atto possono apparire incongruenti, passivi e rinunciatari, spesso a confine con forme di mutismo psichico.

Un osservatore nell’ascoltare i racconti di donne che subiscono abusi, angherie, prepotenza, prevaricazione, sopraffazione di ogni genere, avverte quel moto di rabbia e ribellione che cerca nelle vittime. Il senso di rassegnazione che si coglie negli occhi della donna maltrattata spesso porta anche le persone che vorrebbero dare un aiuto, a colpevolizzare la vittima. Come se in parte, questa condizione vissuta, fosse causa della sua mancanza di coraggio, di volontà. Lo sanno bene le forze dell’ordine e i magistrati che sovente vedono ritirare le denunce verso il partner violento.

Questi temi nella pratica psicoterapeuta li abbiamo incontrati spesso. Con le donne che abbiamo accompagnato in diversi servizi di accoglienza, gli incontri, sempre carichi di forti emozioni, hanno scandito i tempi di una scelta difficile. Il dialogo, prima di essere tecnica terapeutica, si costruiva su una base sicura di fiducia e rispetto della sofferenza portata. Quell’ascolto empatico, di compassione e comprensione, si dimostrava fecondo per rileggere storie spesso indicibili, per svelare segreti, per accogliere paure, per riconoscere emozioni, per definire relazioni.

 

La storia di Clara ed Elisabetta ne sono un esempio.

 

“Non avrei mai pensato che un giorno avrei chiesto aiuto a una psicologa” esordisce Clara, nel primo colloquio. Cinquantatré anni, sposata con Fabio da ventisette e madre di Beatrice, da poco maggiorenne, in attesa della prova di maturità. Dopo un breve momento di imbarazzo e con gli occhi lucidi, comincia a raccontare la sua storia.

Premette che la decisione di affidarsi ad una psicologa l’ha tormentata per alcuni mesi. Aveva già fatto qualche tentativo, ma lo stesso giorno dell’incontro aveva disdetto l’appuntamento. “Mancanza di coraggio e paura delle conseguenze per figlia” dichiarerà in seguito.

La narrazione è un fluire di ricordi, di immagini, di suoni e parole, di gesti forti, violenti che per anni hanno costellato la sua esistenza. “Sono dieci anni che mio marito ha dei comportamenti che mi feriscono, non perde occasione, soprattutto davanti a Beatrice, di denigrarmi, di accusarmi di mille negligenze. Alle parole sono seguiti spintoni, e qualche schiaffo, sempre giustificati dal nervosismo per la situazione economica”.

Fabio infatti viene descritto come un gran lavoratore, gestisce una piccola impresa di pulizie, che trascorre molto del suo tempo, anche nei fine settimana, nell’organizzazione dell’azienda. Quando Clara gli si chiede di condividere qualche momento in famiglia, risponde, con tono di rimprovero, che non ha tempo, visto che deve mantenerla perché “lei non lavora”. Questa affermazione la umilia.

La decisione di restare a casa alla nascita di Beatrice era stata condivisa, anzi era stato lui a suggerire di lasciare l’impiego da segretaria in uno studio notarile. Il clima che Clara respira le toglie ossigeno e voglia di vivere. Pur consapevole che non il modo di comportarsi del marito non è giusto, la fa sentire inadeguata non riesce a intravedere una possibile soluzione. Per vergogna, non volendo coinvolgere i suoi parenti, cerca di parlarne con un’amica che puntualmente, a conclusione dell’incontro, le suggerisce di separarsi. Sempre più confusa la decisione di una scelta la congela, il suo umore oscilla tra slanci separativi e attese di riconciliazione.

Questo ondeggiare viene frenato da un ultimo episodio in cui Fabio, alla presenza di Beatrice, per un banale motivo si scaglia contro Clara mettendole le mani al collo. Quegli attimi vissuti, davanti a una figlia terrorizzata, saranno l’inizio di un percorso che la porterà prima a chiedere aiuto a una psicologa, di seguito ad una avvocato per la richiesta di una separazione.

Questo gesto liberatorio, prima di concretizzarsi, come spesso accade, è passato attraverso un lavoro psicoterapeutico in cui Clara a rivisto la storia della relazione coniugale, e con la famiglia di origine. L’intreccio dei legami, la costruzione e sviluppo della sua personalità, le frustrazioni i sogni e le aspettative di giovane donna aperta alla vita. Ha ragionato sull’essere madre e sull’essere stata figlia. Ha riflettuto sul rapporto con gli uomini e con la figura del padre, uomo dedito all’alcol, spesso violento con lei e la madre.

Un dialogo lungo con la terapeuta. Un incontro per riconoscersi, per riappropriarsi di quanto calpestato e negato. Seguendo il filo delle emozioni si è data voce alla rabbia e alla disperazione. Clara si è sentita legittimata ad esprimere le paure, anche quelle infantili, che avevano costellato la sua crescita.

Tutte queste emozioni, già sperimentate, spesso durante l’infanzia, paralizzano e inconsapevolmente si amplificano nella relazione disfunzionale con il partner. La donna vittima abdica alla sua volontà coscientemente rientrando in una sorta di “trance ipnotica” vissuta da bambina; si riattivano “meccanismi operativi interni” (MOI) che elicitano paura e impotenza. Il mondo sembra indifferente al suo dolore e la situazione di stress reiterato annulla le energie di autodifesa. Si cade in uno stato di frammentazione dell’identità, di scissione e di svalorizzazione.

Inoltre, questo spazio protetto, ha promosso e stimolato elementi resilienti, capacità e competenze utili per riprogettare nuovi scenari di vita. Il senso di vergogna, di colpa, la paura di un possibile fallimento, di non essere all’altezza della decisione presa, di non riuscire a tutelare e garantire alla figlia un futuro, hanno trovato significati nuovi. L’ombra del pessimismo, con il passare del tempo, si è aperto alla speranza. L’incoraggiamento di qualche amica, la vicinanza della figlia e il desiderio di rinascita sono diventate il terreno sul quale la voce intima delle sofferenze vissute ha ritrovato parole nuove per riuscire a scrivere un finale diverso della propria storia.

Diversamente da Clara, Elisabetta, una giovane donna con due figli maschi: Marco di 6 anni e Luca di tre, stanca dei soprusi e della violenza, con determinatezza sceglie di denunciare il compagno alle forze dell’ordine.

Dopo maltrattamenti soprattutto psicologici ma anche fisici, Elisabetta ha trovato il coraggio di andare dai carabinieri portandosi i bambini con sé. E così vengono messi al sicuro tutti e 3 in un appartamento protetto. È lì che ci conosciamo. Bella lei e belli loro!

L’aspetto estetico, che mi è balzato agli occhi fin da subito è certamente un elemento favorevole ad un buon percorso, come conferma una ricerca, dove si evidenzia che le ragazze di bell’aspetto riescono a uscire meglio dal circuito del maltrattamento. La bellezza, purtroppo conta ancora molto nella società dell’immagine, in questo caso essere belle da maggior possibilità ad essere accolte e d ascoltate.

Nonostante i suoi splendidi occhi azzurri, i capelli lunghi e biondi, i lineamenti raffinati e uno stile curato del suo abbigliamento, quella manciata di kili di troppo erano sufficienti per far dire ad Elisabetta che lei “era uno schifo”. I kili di troppo erano la punta di un iceberg, le numerose diete tentate e abbandonate una pista, le lacrime copiose e salate davanti ai capricci un po’ maneschi del figlio più grande, un gancio fortissimo.

Elisabetta aveva una famiglia ma la famiglia non c’era. Qualcuno che le dicesse “lascialo quello, ti aiuto io”, “quell’uomo non è alla tua altezza, figlia mia”: nessuno! Sola seppur circondata: è ancora peggio. Un conto se una persona si ritrova sola per una serie di disgrazie; altro è che qualcuno di vicino ti faccia continuamente sentire che per te non c’è… e che forse quell’uomo che ti sei cercata, te lo sei anche meritato.

Elisabetta proteggeva i deboli battiti del suo cuore, giustamente, a costo della sua vita: solo quelli aveva per i suoi bambini….perché non diventassero come il loro padre. Entrare lì, nel cuore della storia, dei significati e dei sentimenti non è stato facile per nessuna di noi due. Credo che non ci siano chissà quali strategie di conduzioni del colloquio, test ma “solo” relazione.

E stima, reciproca: nonostante le debolezze, nonostante le fatiche a comprendere, nonostante gli errori suoi e miei nel perdermi in alcune fasi del processo la stima – dentro cui ci stanno la fiducia, il rispetto, la comprensione – è stata la chiave. Una volta entrate la strada era comunque in salita ma almeno la si vedeva, si vedeva dove si mettevano i piedi, cosa si toccava.

Diversi cedimenti, sviste, illusioni: cedere ad un bacio che il giorno dopo serve per dire che sei una poco di buono, coinvolgersi ad una visita con i figli per sentirsi dire di essere una pessima madre, scusarsi per educazione ed essere catalogata come una debole, e molto altro. Ad aspettarla, con onestà e stima, c’era sempre uno spazio ed una persona che la aiutava a mettere in ordine le cose, dare significato e valore per poter riparare e fare diversamente.

Nessun giudizio giusto/sbagliato, più che altro una considerazione su utile/inutile al raggiungimento degli obiettivi che Elisabetta aveva bene in testa, ma che la pancia ogni tanto offuscava.

Spezzare il legame con il partner maltrattante non è stato cosa da poco e per nulla rapida. Seppur nell’appartamento protetto, distante, quel filo sottilissimo e tagliente c’era. In qualche modo c’era sempre. Abbiamo preso tutti i pezzi del puzzle della sua storia e abbiamo cercato di ricomporli, Elisabetta ha dovuto trovare un equilibrio con i suoi bambini e far sì che loro la capissero fin nel profondo, ma più di tutto la relazione con il maltrattante si è spezzata quando, traghettando su quella terapeutica ed utilizzandola, Elisabetta ha riparato e recuperato una sua importante relazione famigliare. Non era più sola. Così ha potuto riprogettare la vita altrove, con coraggio, con i suoi figli.

 

Se Clara ed Elisabetta ci sono riuscite, purtroppo in tante aspettano un aiuto che stenta ad arrivare.

 

I centri antiviolenza, i servizi di aiuto donna, le case rifugio, gli sportelli di ascolto e di prima accoglienza, per non parlare dei progetti di prevenzione alla violenza di genere, necessitano di un supporto economico da parte delle istituzioni. Le tante associazioni, molto spesso attivate dal solo volontariato, non possono farsi carico di un fenomeno così diffuso e capillare.

Nell’attuale situazione dove il tema della salute pubblica è diventato preminente è impensabile non prendersi cura delle donne più fragili. Il rischio che la mancanza di attenzione e la scarsa promozione e supporto alla rete dei servizi di aiuto si trasformi in disinteresse resta molto alto.

Come per il Covid 19, non bisogna abbassare la guardia, il virus dell’ indifferenza, della mancanza di sensibilità e rispetto verso le donne è sempre presente: è compito dell’intera comunità attivare tutti i presidi necessari per la tutela e la protezione.

 

Nota a margine
I dati sul fenomeno della violenza di genere, non contrastano con quanto espresso da una ricerca Istat* in cui si evidenzia il buon clima familiare che le persone hanno vissuto durante del lockdown.

*Positivo il clima familiare Nonostante le restrizioni, il lockdown è stato vissuto all’insegna della serenità e di un clima familiare coeso e positivo. Alla richiesta di definire il clima familiare vissuto nel primo periodo dell’emergenza, tre cittadini su quattro hanno usato parole di significato positivo. Meno del 15% ha scelto parole a cui non è stato possibile attribuire un significato univocamente positivo o negativo. Solo l’8% ha utilizzato termini di significato negativo. Per descrivere il clima familiare, un cittadino su due ha spontaneamente scelto una delle seguenti parole: “buono” (14,4%), “sereno” (12,6%), “tranquillo” (10,4%), ottimo” (8,7%), “amorevole” (3,8%). Tra le parole di difficile classificazione, quella più frequentemente utilizzata è “normale” (9,9% dei cittadini). “Teso” è invece il termine negativo più usato, ma solo dallo 0,7% degli intervistati. La forte propensione all’interpretazione positiva della esperienza di lockdown è trasversale alle varie fasce di popolazione e all’area geografica. Tuttavia, a livello territoriale, nell’area 2 la percentuale di parole positive è più bassa rispetto alle altre del Paese pur restando fortemente maggioritaria (70%).

Istat – REAZIONE DEI CITTADINI AL LOCKDOWN | 5 APRILE – 21 APRILE 2020 Fase 1: un Paese compatto contro il Covid-19

 

Antonella Bindocci, Psicologa e Psicoterapeuta

Mara Bonati, Psicologa e Psicoterapeuta

Salvatore Palazzo, Psicologo e Psicoterapeuta

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