Articoli

21
Apr 2020
prima linea emergenza ambulanza
Postato da: In: Testimonianze, Tag:, , 0 Commenti

Pensieri dalla prima linea

 

L’emergenza del Coronavirus ha da subito spinto vari gruppi ad attivarsi in prima linea per dare un servizio di supporto psicologico a operatori sanitari, medici, infermieri e parasanitari che, travolti dalla domanda di aiuto, si sono prodigati per tamponare quanto accadeva.

 

La fatica fisica e psicologica è stata e resta immane

Turni massacranti, impossibilità di vedere i propri familiari e, poi, la paura di essere contagiati o di contagiare hanno portato a livelli di stress mai sperimentati.

È in questo scenario che è nato “PSY Per Bergamo” un gruppo di psicoterapeuti e psichiatri che mettono il proprio tempo a servizio degli operatori sanitari, impegnati nelle strutture sanitarie territoriali bergamasche nella cura dei pazienti affetti da Covid19.

Credo che, mai più di adesso, assistiamo a una riorganizzazione dei sistemi viventi che, oltre a essere influenzata dalla storia di ognuno di noi, dal contesto in cui viviamo (Bergamo città colpita più di altre e abitata da gente organizzata a “fare”, a risolvere, gente orgogliosa e poco incline alla condivisione del sistema emotivo), è riorganizzata dalla posizione che occupiamo nel sistema.

 

“Inattesi inattesi”

Gli attori principali, coinvolti in prima linea, non sono solo gli operatori sanitari, ma anche i pazienti più o meno gravi e i loro parenti. Si ha a che fare con pazienti gravi, pazienti che non ce l’hanno fatta, pazienti che vengono trasportati in altre regioni o, addirittura, in altre nazioni, senza contatti, senza vicinanza, senza una carezza.

“Inattesi inattesi” direbbe il Professor Walter Fornasa, maestro del pensiero complesso, perché tutto ciò che davamo per scontato fino a ieri, oggi non lo è più. La presenza, la vicinanza, una mano calda conosciuta, oggi, sono lussi che in pochi si possono permettere anche in punto di morte o nella fase terminale della vita di un parente.

È questo sgomento, più che lo sconforto nel non riuscire a salvare vite, che rende a mio parere più difficile la gestione emotiva anche negli operatori sanitari. Sopraggiunge uno stato di freeze emotivo che salvaguarda una emotività inespressa.

Forse non è ancora tempo per esprimerla, forse fa paura esprimerla, proprio come quando metti un piede su una mina e non sai se toglierlo e correre o restare lì dove sei.

Certo, per noi psicologi, viene fisiologico pensare a un passaggio dall’emotività a un posizionamento emotivo:

  • Cosa provo?
  • Cosa mi ricorda ciò che provo?
  • Che premesse ho?
  • In quale contesto sto operando?
  • Come sto nella relazione?

 

Forse solo un posizionamento emotivo può toglierci dalla dicotomica metafora della mina

Si aggiunge complessità alla complessità se chi, come nel caso degli operatori sanitari, deve compiere questo passaggio in un contesto caratterizzato da braccia alzate che chiedono aiuto. Magari ascoltando storie di vita strazianti. Magari trascorrendo le 7-8 ore di stacco dall’ospedale in una camera in affitto, lontano dai familiari, da più di un mese, per il timore di contagiarli. Con occhi che hanno visto a quali derive questo virus ti può portare.

Ecco allora che dovremmo a mio parere riflettere sui tempi, i tempi di ognuno, rispetto non solo alle nostre storie ma proprio a quella posizione che occupiamo. Agendo pazienza, agendo speranza, dialogando alla Heinz von Foerster:

 

“…vedersi attraverso gli occhi di un altro…”

 

Senza scordarci che, come diceva Gargani: “Un osservatore, mentre descrive un mondo, sta contemporaneamente descrivendo se stesso che descrive quel mondo”.

Ancora una volta, dove sono io e dove sta l’altro sono premesse fondamentali per costruire la relazione e per evolverci. Ne usciremo diversi.

 

Erika Chiesa, ex infermiera, psicologa, data manager presso Fondazione Ricerca Ospedale di Bergamo

Allegati

  • prima linea emergenza ambulanza

I Commenti non sono disponibili