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Mar 2014
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Bergamo, 04 maggio 2013

“PER UNA SCUOLA DELLA SOCIETÀ CIVILE”
Nella scuola, una comunità educante
“Per una comunità educante nella scuola dell’infanzia”
(Belotti d. G. direttore dell’Associazione psicologia psicoterapia “Il Conventino”, via Conventino 8 BG, tel. 0354598300)

Premessa
Ringrazio la diocesi, le associazioni che collaborano con l’Animazione Cristiana della Scuola, l’Ufficio Scolastico Territoriale di Bergamo per quest’opportunità di riflettere sull’importanza educativa della scuola di ogni ordine e grado, a partire dalla scuola dell’infanzia. La cultura non è un lusso ma un fattore di crescita come ci dimostrano le scelte di alcuni paesi europei che hanno aumentato gli investimenti proprio nella fase acuta della crisi.
È vero: la scuola è il più prezioso “bene comune” che la città deve custodire, promuovere e sostenere. Tutta la società civile è chiamata a collaborare: il compito educativo chiede a tutti grande responsabilità. Fanno un po’ d’impressione le parole pronunciate da Jacques Maritain (Education and the Humanities, Toronto) nel lontano 1952: la vera educazione considera gli studenti “come futuri cittadini che devono comportarsi come uomini liberi, capaci di esprimere giudizi validi e indipendenti, e capaci di godere la comune eredità di sapere e di bellezza”. Non c’è convivenza civile se i cittadini non sono maturi, se non sanno comportarsi da uomini liberi e responsabili, se non sanno esprimere giudizi in modo autonomo, se non hanno il senso del bene comune. Sembra invece che i nostri ragazzi siano informati, quando va bene, ma poco formati; istruiti forse, ma non proprio liberi, tecnici validi forse, ma poco attenti alla città. Non è chiaro il rapporto tra scuola e società civile. Esistono ancora gravi preconcetti sia nei confronti del settore pubblico, della scuola “pubblica”(a gestione statale), rappresentato spesso come luogo dove prende piede scarsa dedizione, inefficienza, eccesso di burocrazia, uno stile di vivere irresponsabile e parassitario, sia verso la scuola a gestione privata (parlo della scuola paritaria) che fa un servizio “pubblico”, vista spesso come luogo di faciloneria, di clientelismo, di formazione borghese, di ghettizzazione, di poca apertura sociale. Questi scontri “ideologici” devono finire! Come mai, quando si parla del bene comune, si parla così poco della scuola? La scuola non può essere strumento d’indottrinamento nozionistico o di omologazione ma luogo di formazione integrale della persona, al di là da interessi corporativi o di parte. Si deve riscoprire e rivendicare la missione della scuola – di tutte le scuole, di ogni ordine e grado, a gestione statale e non – di dare a ogni individuo gli strumenti per la costruzione di sé, come “persona, cittadino, lavoratore” (L. Corradini, Educare nella scuola, Brescia). Ma … da dove cominciare?

➢ Il contesto: come educare in un contesto di grande cambiamento sociale e culturale?
Non è un momento esaltante per famiglia, scuola, istituzioni educative, comunità ecclesiale, di fronte alla dilagante forza della cultura veicolata dai media (con i suoi messaggi, spesso intrisi di decadimento e banalizzazione del costume familiare e sociale), di fronte allo stress originato dai ritmi imposti dall’organizzazione sociale (tempi di lavoro, mobilità, velocizzazione della vita), di fronte ai processi di globalizzazione (società multietnica, multiculturale, multireligiosa con nuovi modelli di vita, nuove sfide) … affrontare quella che tutti definiscono“emergenza educativa”! Ogni crisi è sempre un “pericolo” ma anche una “opportunità”: richiede genitori, insegnanti, educatori lucidi, determinati, coraggiosi, capaci di fare “squadra”. All’esame di psicologia una studentessa nigeriana dell’ISSR mi ha detto: “In Africa, quando sono fuori dalla pancia, i bambini appartengono alla città … e tutta la città deve educarli”! È un’ottima prospettiva!
In “Infanzia e società”, un libro scritto parecchi anni fa da E. Erikson, si mette in luce l’interdipendenza tra processi educativi e sistema sociale. La crisi economia, politica, culturale che stiamo attraversando, l’organizzazione sociale e scolastica, le trasformazioni del sistema familiare hanno grande incidenza sui modelli e sui processi educativi. Siamo passati dalla famiglia etica alla famiglia affettiva-ancillare: la famiglia è un self-service o il laboratorio della personalizzazione? Si pensi alla fragilità psicologica e affettiva delle relazioni di coppia, alla situazione di tante famiglie divise o “ricomposte”, alla confusione dei ruoli, all’assenza di autorevolezza, alla presenza di altre culture. L’atteggiamento prevalente è sempre più protettivo che “promotivo”: c’è il rischio che i bambini restino in balia dei comportamenti imitativi. Domina un vissuto sensoriale, l’esagerato attivismo, poco attento alla riflessione e alla rielaborazione personale: chi forma la coscienza? C’è una grande crisi dell’educazione che è già evidente nei ragazzi delle elementari. Molti genitori vivono l’insicurezza educativa, la paura di non saper educare, la fatica del discernimento; assumono spesso una funzione protettiva anestetica e tendono a costruire figli felici al riparo da ogni dolore mentale, faticano a trovare “criteri” di valutazione personali, “sequestrati” da una “cultura diffusa” che esalta il conformismo e l’omologazione culturale. I figli ricevono tanti “servizi”, ma non “modelli” adeguati di vita, non imparano la “reciprocità”: i “beni di fruizione” hanno il sopravvento sui “beni formativi”. L’educazione è sempre in atto, bene o male, secondo le visioni di vita! La scuola non può fare tutto, ma incrocia tutte queste realtà. Le famiglie più in difficoltà sono quelle più isolate, “chiuse a riccio” su se stesse. Educare è “tirar fuori” l’umano del figlio, farlo passare dalla condizione animale a quella umana, è aiutarlo a passare dal “godimento” materiale, immediato, al “desiderio”, è elevare lo spirito “oltre” le cose (la trascendenza). Ora sembra che le motivazioni del vivere restino “basse”, troppo “animali”: il materialismo è infantilismo. Il desiderio? È morto, ucciso da suo fratello, il godimento immediato. La favola di Pinocchio rappresenta bene il percorso per diventare uomo: è la grande impresa di Geppetto, di genitori e insegnanti di tutti i tempi! Lucignolo rappresenta il materialismo. Come far emergere l’opera d’arte che è in ciascun bambino? Anche la conferenza episcopale italiana (CEI) preoccupata della crisi educativa, ci ha consegnato un progetto pastorale per il decennio (2011-2020): “Educare alla vita buona del Vangelo”.
Sappiamo che la vita è frutto di relazioni: l’individuo è infatti il “risultato” delle sue relazioni! È la “relazione” in primo piano nei processi educativi. La qualità dell’educatore fa la qualità dell’educazione. Come si coniuga la qualità educativa del lavoro degli insegnanti con la passione per l’uomo e per la ricerca della verità? L’esplosione tecnologica non deve soppiantare le relazioni e l’orientamento umanistico, solidale. Bisogna prestare attenzione al vuoto spirituale che prepara il disagio esistenziale domani e sostenere il coraggio dell’identità culturale per un dialogo sincero interculturale e non solo di giustapposizione: la tolleranza non va confusa con il qualunquismo.

➢ Il rapporto scuola-famiglia deve passare dalla giustapposizione all’interazione sistemica co-costruttiva e collaborativa.
La scuola non può operare da sola: una scuola solipsistica, autoreferenziale, autosufficiente … non funziona più! È indispensabile l’alleanza tra le istituzioni (famiglia, scuola, comunità civile, religiosa, sportiva …), c’è necessità di “rete”. Il compito è quello di aprire le nuove generazioni alla “libertà”, all’umanizzazione non all’asservimento e al qualunquismo, evitando una specie di “gara all’accaparramento”, una sorta di “occupazione” degli spazi e del tempo dei ragazzi, rendendo impossibile la collaborazione con altre agenzie educative.
È indispensabile la collaborazione e la corresponsabilità educativa di famiglia-scuola-società civile: una vera alleanza educativa. La famiglia non è in grado di affrontare da sola l’educazione dei figli: la scuola è la collaboratrice naturale, non sostituisce i compiti della famiglia, anzi è efficace nella misura in cui ne continua l’azione e la proposta educativa. Del resto, dagli insegnanti ci si aspetta tanto, messi “sotto pressione” da più parti, anche perché la scuola diventa spesso il luogo dove saltano all’evidenza e si raccolgono le fragilità di bambini e di adolescenti e … delle loro famiglie, con attese riparative e, anche per questo, spesso, esposta a critiche ingenerose. Genitori, insegnanti, comunità cristiana, responsabili del bene comune … sono perciò chiamati a collaborare in maniera stretta e continuativa durante tutto il ciclo educativo, nel pieno rispetto dei ritmi di sviluppo affettivo, emotivo, sociale, morale e religioso.
L’atteggiamento verso la scuola è spesso contraddittorio: tutti riconoscono la sua importanza, ma vi è poco impegno di partecipazione. La scuola di oggi prepara i cittadini di domani, è luogo di autentica promozione umana, momento essenziale per una vita posta al servizio degli altri (Scuola di servizio dell’io o di servizio sociale? – si chiedeva don Milani). Tra scuola e famiglia deve esserci una grande disponibilità a sapersi ascoltare e interrogare, a mettersi a confronto, senza atteggiamenti polemici, pronti a collaborare e a creare un clima di reciproca intesa.
Il rischio è che prevalga l’attenzione ai saperi funzionali, alle competenze pratiche e sia trascurata la valorizzazione degli aspetti relazionali, etici, spirituali. I genitori, primi responsabili dei processi educativi, devono essere coinvolti, superando ogni atteggiamento di delega. La famiglia non può scaricare sulla scuola il problema educativo. L’impegno per il buon funzionamento della scuola deve essere di tutti; il denaro e le energie che si spendono per l’educazione e la formazione dei bambini, sono quello che, alla fine, danno i maggiori risultati per il bene di tutti. Una società che non investe nella formazione è destinata a perire.
“La partecipazione dei genitori in ambito scolastico”- approcci innovativi per un’educazione di qualità è il frutto di una ricerca in ambito europeo (2011) dalla cattedra UNESCO dell’università di Bergamo. Nella sintesi si afferma:
– Le norme internazionali conferiscono ai genitori un ruolo primario nell’educazione: la partecipazione dei genitori è uno dei principali indicatori di qualità
– I diritti dei genitori sono scissi in due categorie: diritti individuali e diritti collettivi
– Tre sono i diritti individuali dei genitori: il primo consiste nel “diritto di scelta” della scuola che essi desiderano per i propri figli; il secondo il “diritto di ricorso”in opposizione a determinate decisioni prese dall’autorità scolastica; il terzo il “diritto di informazione” sull’andamento dei propri figli e sull’organizzazione generale della scuola. La possibilità di scegliere deve essere resa possibile concretamente, rendendo efficace la gratuità del sistema scolastico obbligatorio. Il diritto di scelta è l’unico diritto esplicitamente menzionato dagli strumenti internazionali e regionali dei diritti umani, oltre che dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che promuove la “diversità” nel sistema educativo attraverso l’autonomia degli istituti e l’incoraggiamento di progetti pilota.
– I diritti collettivi si riferiscono essenzialmente al diritto di partecipazione dei genitori alle strutture formali organizzate dal sistema educativo.
In tempi come questi, dove i genitori sono spesso insicuri e si sentono soli, gli insegnanti provano incertezze, l’incontro “umano” fra scuola, famiglia, società civile può essere occasione di scambio, di confronto dei rispettivi punti di vista, di sostegno nel sentirsi accomunati dal medesimo impegno educativo. Non dimentichiamo che l’educazione non è un “fai da te” ma un “fare insieme”!
È richiesto a tutti cura e premura per quanto avviene dentro la scuola, una forte alleanza educativa, mettersi in cordata, in “rete”, a partire dalla scuola dell’infanzia.

➢ Importanza dei primi anni di vita scolastica e della scuola dell’infanzia
Non c’è ancora, purtroppo, la piena consapevolezza che la scuola dell’infanzia è d’importanza radicale: ciò che succede “la prima volta” è sempre molto significativo e di grande interesse, di profezia sul futuro; più presto s’incomincia … meglio è. Soprattutto su questo vorrei fermarmi, consapevole che gli altri interventi allargheranno il discorso su tutto l’impianto scolastico. Sappiamo tutti che i primi anni di vita hanno un’incidenza decisiva sul futuro sviluppo di una persona. Quello che accade nella prima infanzia resta nelle radici di ciascuno di noi. Più i bambini sono piccoli, più assorbono il mondo degli adulti! Frequentando genitori e insegnanti, ho maturato la convinzione, credo largamente condivisibile, che i primi anni di vita scolastica e, perciò, la scuola dell’infanzia siano una realtà strategica, da valorizzare in senso pieno, sia come “scuola” (non “asilo”) che come “profezia” sul futuro di tanti ragazzi. È il primo “screening” rispetto all’educazione familiare: dovrebbe essere anche l’occasione di aprire un vero “percorso formativo” per i genitori per iniziarli ad accettare un confronto educativo che sarà sempre più necessario per una buona riuscita della collaborazione. Più la pianta è piccola, mi si permetta l’esempio, più ha bisogno di cure per crescere robusta e diritta (non c’è bisogno di scomodare la psicologia o la psicoanalisi). Bisogna avere uno sguardo deciso e promotivo non solo per ogni bambino ma soprattutto per il “terreno” in cui i bambini crescono, di fronte anche alla crisi che intacca tante coppie e famiglie. Il fatto che tanti genitori siano particolarmente attenti ai loro “bambini” in questa età, che si sentono soli e chiedano “aiuto” (ormai la condivisione che l’aia, il cortile potevano dare … insieme anche a scontri possibili, non c’è più), li predispone a mettersi in questione, spesso in ansia di fronte ai primi problemi educativi. È questa un’opportunità da non perdere, un segno positivo da non trascurare: chi bene incomincia è a metà dell’opera – dice il proverbio.
I genitori che prendono sul serio la scuola d’infanzia, ne colgono l’importanza, non la riducono ad “area di parcheggio” o di pura “assistenza”: è “scuola” nel senso più pieno e impegnativo della parola! Fanno in modo che il bambino la frequenti con assiduità in modo che la scuola possa realizzare i propri obiettivi formativi e didattici e prepararlo così a tutta la successiva esperienza scolastica. Si interessano attivamente del bambino attraverso colloqui con gli insegnanti, non solo per sapere se ha mangiato o ha dormito, ma sullo sviluppo della sua personalità, sui valori da trasmettergli, sulla sua formazione morale e religiosa. Continuano, in famiglia, l’impegno educativo della scuola; partecipano alla vita dell’intera comunità scolastica, responsabili dell’impegno educativo verso tutti i bambini, soprattutto verso quelli che non hanno un sostegno educativo in famiglia. Questo atteggiamento “apre” mente e cuore; si collabora con gli altri genitori, con gli insegnanti, si mettono a frutto le proprie “competenze”, evitando sia l’errore di delegare le proprie responsabilità educative sia quello di interferire indebitamente sul piano didattico; se i genitori non sono competenti sul piano didattico, lo sono di certo sul piano educativo valoriale. La scuola dell’infanzia, perciò, è la prima palestra di “partecipazione scolastica”.

➢ Sapere per prevedere, prevedere per provvedere!
Fare “manutenzione” e “cura” del terreno educativo in cui i bambini fanno i loro primi passi ci rende attenti a non minare alle “fondamenta” la costruzione della personalità. Del resto, dal mio osservatorio, mi rendo conto sempre più dell’urgenza di un impegno più deciso e responsabile sugli investimenti affettivi, sociali, educativi, economici riguardo alle scuole dell’infanzia.
Un buon investimento su queste scuole, anche da parte delle amministrazioni locali, ci salvaguarderà in seguito da continue “riparazioni, ricuperi e ristrutturazioni” anche nel futuro scolastico e sociale di tanti cittadini. Molte difficoltà, per esempio, nascono da ansia da inserimento nella scuola, da processi di evitamento fino a vere e proprie fobie scolastiche, da fatica a instaura¬re un rapporto con i compagni, mancanza di rispetto agli insegnanti. Un cattivo inserimento scolastico porta a forme di emarginazione e isolamento, carenza di disciplina e concentrazione, comportamenti oppositivi e provocatori, a gravi difficoltà di ap¬prendimento (demotivazione, deficit dell’attenzione, iperattività, disimpegno, noia), con bambini che vivono la scuola come un peso insopportabile.
Statistiche recenti (confermate anche dalle richieste di aiuto che arrivano al nostro Centro) ci dicono che più del 25% dei bambini che vanno alla scuola primaria (elementare) portano nella cartella una preoccupante dose di disagio. Almeno la metà di questi ragazzi si porta dietro questo disagio dalla scuola dell’infanzia e arriva poi all’abbandono della scuola alla fine dell’istru¬zione obbligatoria, con genitori in grave difficoltà perché i figli “evadono” dall’impegno, fanno di tutto meno che studiare. Solitamente sono bambini materialmente iperprotetti ma talvolta carenti di sicurezza; questo riguarda i bambini che hanno i genitori troppo presenti,“allarmati”, insicuri sulle scelte educative. Altri sono scarsamen¬te presenti o del tutto assenti; alcuni bambini sono mancanti di figure materne e paterne “promotive”, strutturanti. Il bambino è affidato ai nonni o a una babysitter … i genitori vivono poi grossi sensi di colpa, hanno difficoltà a mettersi in discussione senza colpevolizzarsi, sono proiettivi e caricano i figli di aspettative troppo elevate. Ma come è stato il loro percorso educativo e scolastico? L’educazione è la vera prevenzione: è atto (testimonianza), fede (nel minore), promessa (futuro)!

➢ La statistica delle scuole dell’infanzia a Bergamo: quale parità? (una digressione!)
Il totale delle scuole dell’infanzia a Bergamo e provincia è di 363 unità, di cui 120 (un terzo)a gestione statale e 243 paritarie. Nonostante l’importanza decisiva di queste scuole, sembra che la politica non abbia preso ancora una posizione decisa, anche sul piano economico, a sostegno di tutte le scuole dell’infanzia a gestione statale e non, così da rendere possibile una vera pari opportunità, dato che fanno tutte un “servizio pubblico”, di prim’ordine e di grande incidenza sociale. Come cittadino mi sento “offeso” quando vedo che, a parte tante parole, non avanza questa vera democratizzazione scolastica, questa “scuola della società civile”, come recita il titolo del convegno di oggi. Le scuole d’infanzia “paritarie”- e sono la maggioranza (due terzi!) – vivono in condizioni di estrema indigenza e devono sostenersi scaricando sui genitori rette pesanti, non sempre possibili da evadere per tante famiglie, specialmente in un tempo di crisi come quello che stiamo attraversando (doversi pagarsi il personale docente e non, è quasi l’80% del budget di una scuola d’infanzia paritaria). Tutto questo crea disparità di opportunità per i cittadini, costringendo a pareggi di bilanci molto faticosi le istituzioni promotrici, quasi sempre le parrocchie, che devono chiudere o gestire le scuole con il contagocce, senza quei sostegni che permettano di vivere con un minimo di dignità e con un risparmio vero anche per il nostro paese. Ho l’impressione che resista ancora una visione ideologica, non superata, e pregiudiziale. Nonostante tutto questo, le scuole dell’infanzia stimolano alla partecipazione e riescono ancora a coinvolgere tante persone. È comunque difficile parlare di comunità educante se non c’è anche questo effettivo impegno economico che la renda possibile e meno precaria.
➢ I gruppi di genitori e l’agire “in rete”: la comunità educante
Incontro tante scuole d’infanzia, tanti gruppi di genitori che hanno voglia di mettersi in gioco sui temi educativi per il bene dei figli. Davvero si può dire che una comunità educante si incontra in queste scuole, pronti a collaborare con gli insegnanti, gruppi di volontariato, comunità civile, nonni (risorsa e sostegno per le nuove generazioni e modelli di riferimento), agenzie educative e sportive … Molti genitori si rendono presenti proprio in questi inizi dell’attività scolastica, mentre in seguito la loro presenza tende progressivamente a diminuire. È un’occasione più unica che rara di iniziare a impegnarli in un confronto educativo serio e costante. La scuola dell’infanzia infatti è il primo filtro, il primo confronto con la società.
Questa scuola sentita più vicina alla famiglia, con un coinvolgimento emotivo più forte da parte dei genitori, crea l’opportunità di fare “manutenzione” di coppia, di incontrare e coinvolgere le coppie giovani, sposate o conviventi (a qualsiasi titolo!), di creare occasioni di confronti ampi, un sostegno alla genitorialità condivisa senza l’immediata preoccupazione di risultati scolastici … è così che può iniziare un giusto rapporto scuola-famiglia, un vero rodaggio a costruire iniziative di condivisione e corresponsabilità! Sono “semi” da gettare senza perdere troppo tempo, dato anche le frammentazioni di coppie genitoriali, l’aumento di genitori separati e divorziati, di famiglie ricomposte e ricostituite, con tutti gli impegni, i confronti e le fatiche del caso.
Molti genitori mettono in campo risorse e abilità, energie e entusiasmo nell’affrontare temi educativi, delicati e complessi, anche se si ha la sensazione che i genitori siano guardati quasi sempre con un po’ di sospetto, per le loro vere o presunte negligenze. Spesso sotto processo, rischiano di confermare la profezia (che poi si autoavvera!) che li vuole disattenti, pochi efficaci e autorevoli, poco presenti nella scuola. Anche i genitori, come i figli, hanno punti di forza e fragilità, ma sarebbe opportuno valorizzare le tante competenze piuttosto che amplificare i “buchi neri”. Diverse esperienze sono accomunate dalla volontà di costruire spazio di dialogo in cui scambiare pensieri e riflessioni sui compiti genitoriali, sullo stesso senso dell’educare. Il trovarsi a ragionare, a discutere sugli stili comunicativi, sulle modalità di ascolto e di intervento si è dimostrato utile ad avvicinare storie differenti ma con molti elementi comuni. Il riconoscersi negli stessi percorsi, nelle stesse difficoltà e fatiche, li ha fatti sentire “comunità educante”, persone connesse in una rete di affetti e di solidarietà. È vero che, insieme alla scuola, le parrocchie hanno sempre svolto questo compito. Il senso di comunità, di appartenenza valoriale e spirituale è un elemento importante, vitale: per i credenti e non. Poter osservare altri genitori, raccontare e ascoltare tante storie familiari permette di riflettere sul proprio modo di essere genitori; aspettative, desideri, paure possono trovare uno spazio in cui sono legittimate, riconosciute. Nella Comunità albergano i valori di solidarietà, di vicinanza, di promozione umana: le persone si sentono meno sole, i legami si consolidano, le amicizie si rafforzano. Aprirsi alla Comunità aiuta i genitori a condividere i passaggi importanti del proprio ciclo di vita, ad affrontare anche i momenti duri (malattia, morte, separazione, perdita di lavoro …) che incidono fortemente sui processi educativi. Un’alleanza tra i genitori, tra genitori e insegnanti è già una buona premessa per far fronte agli “imprevisti”: la Comunità diventa risorsa, luogo di condivisione di un cammino di vita, dove il “progetto famiglia” trova ossigeno, forza, la “rete di famiglie” funziona da prevenzione anche nei momenti difficili.
I bambini si formano là dove passano ore e ore di vita: il tempo è elemento non trascurabile della crescita e della formazione. La scuola dell’infanzia è la prima grande esperienza di vita fuori dal grembo familiare nel confronto molto stimolante dei coetanei, un’esperienza di condivisione e fraternità anche per tanti figli unici. Oggi, infatti, si corre un grosso rischio, quello del puerocentrismo esasperato e dell’iperprotezione: rincorrere sempre ciò che piace ai bambini appiattendosi sui loro bisogni del momento per accaparrarseli, induce la convinzione che gli adulti siano accanto a loro solo per servirli. Molti genitori fanno i babysitter, i “servi”, con il rischio di “viziare” più che di educare. Questo ossessivo accudimento dei bisogni spinge al godimento immediato, materialistico, distruttivo, spinge il bambino che cresce in questo contesto a soddisfarsi non attraverso relazioni umane ma attraverso “cose” (il cibo, i giocattoli, il videogioco, i vestiti … domani l’alcol, la droga, face book … ). Le pretese e i capricci dei bambini sostituiscono allora l’autorevolezza educativa degli adulti che restano in balìa dei luoghi comuni, del “così fan tutti!”, della confusione dei ruoli, asserviti al mercato. Questo modello educativo non attiva il “desiderio”, non addita la speranza: la funzione protettiva, anestetica crea un nuovo stile di vivere, una nuova morale iperedonista che infragilisce la vita, non insegna la reciprocità, crea “grandi egoisti”. La “rete” protettiva di tanti genitori può diventare, allora, una “ragnatela” che imprigiona, una sorta di “occupazione” degli spazi e del tempo dei bambini per rinchiuderli negli spazi protetti della famiglia, rendendo impossibile la collaborazione con le altre agenzie educative. L’incontro con la comunità educante diventa invece l’occasione per aprire le nuove generazioni alla “libertà” vera, all’umanizzazione non all’asservimento e all’eteronomia. Bisogna dare “capacità”, non “cose”! Chi si ferma solo ai bisogni immediati diventa una persona fragile, poco aperta alla vita, all’amore, alla libertà. Più l’uomo vive una vita solo “animale”, più è insoddisfatto e resta esposto a disturbi psichici e alle malattie dello spirito: chi non fatica, marcisce da vivo!
Il risultato di tutto questo è un deficit di formazione della coscienza: una pianta senza “radici”, che non va in profondità, non può espandersi in alto e rischia di sradicarsi alla prima tempesta. C’è da costruire un nuovo patto educativo: il minore deve vedere nell’adulto un aiuto, non un ostacolo. Solo adulti maturi possono dissolvere il sospetto della prevaricazione e della manipolazione educativa! Del resto, anche le scuole dell’infanzia promosse dalla comunità cristiana, con la convinzione che la “verità dell’uomo” si chiami Gesù Cristo, non si rinchiude nel suo steccato, ma si apre a collaborare ovunque si gioca il bene dell’uomo.
➢ Quali impegni si profilano?
È compito comune promuovere:
– una cultura familiare e scolastica “critica” rispetto ai modelli dominanti, una cultura che favorisca la responsabilità educativa (oltre il lavoro, la carriera…) perché i genitori non deleghino le scelte educative ad altri (cultura pubblica, mode, conformismo…);
– un’attenzione tutta speciale va data alle giovani famiglie, soprattutto nel contesto delle scuole dell’infanzia, per una sana prevenzione educativa e di cura delle relazioni;
– una solidarietà tra famiglie attraverso l’associazionismo familiare (age, agesc …) per impegni comuni a superare la profonda solitudine;
– “scuole per genitori” per la formazione permanente e il confronto con la comunità: rendendo i genitori attivi e protagonisti;
– l’educazione precoce ai valori della vita, all’apertura al “mistero” perché i figli non restino “senza radici” e senza “storia”.
In sintesi, due impegni si profilano:
– anzitutto la necessità di investire di più nella formazione degli adulti (genitori, insegnanti, educatori a vario titolo in prima linea!) che torni a ragionare su cosa significhi “educare” oggi, promuovendo la partecipazione dei genitori alla vita scolastica e alla gestione degli istituti;
– in secondo luogo la necessità di costruire “rete” tra le istituzioni/agenzie educative per un confronto aperto, costruttivo perché solo “un’autorità collegiale” può aver “fede” nelle nuove generazioni, aprirle all’avvenire, mantenere la promessa di un futuro migliore: chi non ha fiducia nel futuro, chi manca di speranza … deve stare lontano dalle nuove generazioni! Se i ragazzi potranno salire sulle spalle degli adulti potranno vedere più lontano di loro!

Grazie

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