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Set 2014

Premessa: in base ad un recente sondaggio in materia di divorzi siglato da Istat, parrebbe che, dal 2005 ad oggi, il tasso di separazioni con tanto di stop definitivo abbia subito una forte accelerazione, attestandosi sul 74%. Cifre di tutto rispetto, soprattutto se confrontate con quelle “made in” Eurispes, in base alle quali ogni 4 minuti una coppia si direbbe addio dopo una media di 15 anni di convivenza, con tanto di fede al dito. Ma i numeri, si sa, alla lunga sono solo numeri e la realtà può anche essere tutt’altra, soprattutto se non tiene debito conto dei suoi protagonisti o non viene interpretata. Interpretazione che non concerne certo la traslitterazione di tabelle e grafici, ma la decodificazione di sentimenti, emozioni e tutto quanto rientra nella sfera dell’intimo e del personale.
Sarà forse per questo, per l’attenzione riservata all’uomo e alla sua dimensione di “singolo” come di “coppia”, che il numero di quanti decidono di iscriversi ai percorsi di formazione al matrimonio tenuti da don Giuseppe Belotti a Nembro continua ad aumentare come quello di potersi ritagliare uno spazio-incontro nella sua agenda. A conferma che il bisogno di sostegno, comprensione e supporto va ben oltre l’altare di una chiesa e si snocciola nel rapporto umano, a prescindere da fede, credenza o quant’altro. A sedersi di fronte a questo signore dal sorriso aperto, schietto ed onesto quel tanto che basta da non dar facile spazio a fraintendimenti, non sono solo giovani coppie di credenti pronte a dire “Sì”, ma altre coppie che cercano di capire se esiste un “forse” per il loro futuro a due, e quante, invece, hanno già decretato la fine, ma c’è spazio anche per chi cerca solo di capire come confrontarsi con quell’universo complesso che sono le relazioni con il prossimo e l’altro da sé. Sacerdote, psicologo-psicoterapeuta e mille altri titoli, direttore del Centro Psicosociale “Il Conventino” di Bergamo, Don Belotti è in primis un uomo consapevole di sé, che dichiara di ascoltare molto e di essere a sua volta “molto ascoltato dal migliore degli uditori” con cui dialoga costantemente (citarne il nome credo sia superfluo).

Specifica: non sono credente e nemmeno praticante; la mia intervista è dunque quella di una donna che parla con un uomo che, negli anni, ha visto scorrere davanti a se migliaia di storie, tutte uguali e tutte diverse, scritte da coppie e famiglie alle prese con legami “faticosi”, in cui la sofferenza della rottura non è estranea.

Diamo retta alle statistiche e decidiamo che il divorzio sia la soluzione a cui arrivano ormai 2 coppie su 4?
Le statistiche spesso sono gonfiate per creare una sorta di tendenza. Non facciamo però l’errore di pensare che ciò che è “normale” statisticamente debba diventare “normativo”, strada quasi obbligata, da percorrere.
Evitiamo i numeri, allora, e studiamo i percorsi. Cosa porta una coppia a mettere in discussione la sua essenza?
Partiamo dalla considerazione che l’elemento pregnante per conoscere le dinamiche relazionali di una coppia rimane la comunicazione, che deve essere intesa nel suo significato etimologico: “mettere in comune, condividere”. Per evolvere e fare fronte alle prove quotidiane della vita, ai cambiamenti che il vivere assieme suggerisce o impone, una coppia deve imparare a comunicare, nella consapevolezza però che, per entrare in una comunicazione, è necessario che vi sia intenzionalità da parte di entrambi, che esista il desiderio profondo di giocare a carte scoperte, altrimenti la capacità di ascolto viene meno. Il dialogo rimane e deve essere il cemento di ogni relazione.
Una crisi diventa il campanello di allarme che i margini di scambio e di confronto stanno subendo uno scossone?
Una situazione di crisi, credo, debba essere vissuta come un’occasione per fare “manutenzione” nella coppia, per verificare le modalità di comunicazione disfunzionali con l’obiettivo o la speranza di trovare nuove strategie di comunione. I legami rivendicano “attenzione e cura”, sempre. Durante il ciclo di vita avviene tutta una serie di cambiamenti soggettivi che modificano gli stili di comunicare e di essere tra partner. Se durante queste trasformazioni ogni membro della coppia non trova uno spazio nell’altro per potersi raccontare nei suoi vissuti, nelle emozioni e desideri, questo creerà dissapori e incomprensioni, sino a sfociare in “silenzi pesanti”, in cui la parola comincerà a lasciare spazio a sintomatologie psicofisiche, a “fughe”, nella ricerca di quanto soddisfa di più o ci fa sentire accettati, realizzati.
In epoca di individualismo e autorealizzazione, di “dare per avere”, il primo pensiero corre verso il fattore “L”, da intendersi come lavoro, alias il vero amante “pericoloso” del nuovo millennio…
Gli impegni di lavoro possono anche essere così assorbenti da togliere spazio all’intimità della coppia e all’accrescimento, umano e sociale, della famiglia. Certo, molto dipende dalla modalità con cui la professione viene vissuta. Di fatto, però, il lavoro può cambiare la relazione con il coniuge nel momento in cui le due realtà entrano in competizione. Senza considerare poi le situazioni in cui il lavoro viene preso come scusa per sottrarsi agli impegni familiari e per evadere da una situazione di coppia ormai ritenuta decomposta. La professione diventa il paravento per stare lontano dal coniuge.
Si ritorna alla necessità di comunicare per condividere i propri bisogni, le proprie esigenze….
Molti uomini e donne, sia da “single” che in coppia, sono abituati a incontrarsi nel corpo e non nell’anima. C’è bisogno di guardarsi in faccia e di dirsi chiaramente quali sono idee, pensieri, paure, speranze, progetti. Ci sono persone che non hanno interiorità, “non si abitano”, galleggiano, trasportati dall’onda, fuori dalla vita. Lasciano che le scelte arrivino da fuori e non si fermano per chiedersi “cosa voglio?”. Spesso preferiscono indossare delle maschere di convenienza pur di non dover affrontare la sofferenza della ricerca. Ma come si può vivere “insieme”, se l’altro si nasconde?Come si può riconoscerlo come compagno di vita, se si è travestito?
Impossibile non affrontare la sofferenza, fa parte della vita ed è un’occasione per scegliere che persona o che coppia essere o diventare…
I mutamenti, interni ed esterni, causati dalla sofferenza fanno emergere le differenze più profonde della personalità di ciascuno e, al tempo stesso, possono rivelare alla coppia una disponibilità ad accogliersi e accettarsi in modo nuovo. Altre volte, invece, i due partner vanno in crisi, perché non sempre sanno trovare in loro stessi le risorse necessarie per affrontare le difficoltà. Può essere opportuno, in queste circostanze, ricorrere a persone che possono dare un sostegno con la loro competenza.
Alcuni, invece, scelgono di isolarsi nel proprio dolore…
Questo è il modo meno costruttivo per vivere la sofferenza che, non dimentichiamo, può diventare invece fonte di rinnovamento interiore, può smascherare le sicurezze effimere e far emergere gli aspetti essenziali e i valori autentici. Il rischio più grosso è quello di rimanere soli, proprio di fronte alle difficoltà. È in questi momenti, nel “vuoto” e nella prova, che emerge il valore che le persone hanno per noi e soprattutto può emergere la nostra parte migliore. La crisi va vissuta come “possibilità”, come vulnerabilità e debolezza da accogliere, come modalità per rendere sostenibile la propria fragilità.
Quella dell’io risolto, dell’uomo che ha la percezione di sé e del sé, è forse la condizione basilare per una coppia che possa funzionare. Dall’Io nasce il noi?
L’identità è il mattone essenziale di ogni coppia. Non è possibile pensare la coniugalità o la coppia senza la maturità personale e la sana integrazione del sé, vale a dire come si è “prima” di incontrarsi, con i vissuti e il proprio bagaglio esperienziale che comprende l’autonomia, la sicurezza di sé, una personalità ben formata e solida.
Per scegliersi e fare coppia bisogna che ambedue abbiamo una fisionomia chiara, ben definita, una carta di identità che non sia falsa, contraffatta e manipolata. Star bene con se stessi, conoscersi, essere autonomi, stare in piedi da soli: solo allora si può vivere bene in due, senza cercare un salvagente.
Quanto conta la famiglia di origine nel raggiungimento di questa autonomia?
Assodato che è nella famiglia che si vivono e si imparano i valori fondamentali dell’esistenza come il servizio, l’accoglienza, la gratuità, il dono di sé, la generosità, la cura, la dedizione, la disponibilità, la premura, la sollecitudine, il dialogo, la comprensione, è anche vero che, per creare una relazione sana, bisogna sapersi distaccare proprio dal nucleo originario.
Da lettrice non credente ricordo però che nella Bibbia si dice “Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola”. La “separazione” dal contenitore familiare di origine, diventa l’elemento primario per ogni relazione di coppia?
Senza lasciare i genitori, senza “separarsi” dagli schemi e dalle abitudini della vita infantile, non è possibile affrontare la coppia. Solo due persone che sono indipendenti possono assumersi le giuste responsabilità. Distaccarsi e unirsi vanno insieme. Non si può veramente unirsi se non si è separati dall’infantilismo, non ci si può veramente distaccare se non si è deciso di unirsi. Questa unione porta ad una vicinanza stretta tra i partner che deve essere più importante del lavoro, della carriera, dell’affermazione personale, degli amici e del mondo esterno, senza cadere nel cerchio magico di una coppia “chiusa” a riccio su se stessa, nella pretesa impossibile di riempire “tutta” la vita dell’altro. Unirsi significa costruire una comunità di vita e di amore: un amore che ha preso una decisione.
E se la separazione originaria latita e i rapporti con i genitori non sono “risolti”?
C’è il rischio di costanti interferenze e di coppie-non-coppie, di amori immaturi, di amori che tentano di riparare ferite affettive, di vuoti relazionali dove il partner prende, di volta in volta, le sembianze di personaggi del passato da cui ci si aspettava riconoscimenti mai avuti, risposte a desideri mai appagati, valorizzazioni disattese o maltrattate, carezze non avute.
Personalità castrate?
Direi talvolta personalità “bonsai”, acerbe, mai cresciute, che illusoriamente cercano di costruire rapporti, per accorgersi poi che non sono in grado di “reggere”. Sono soggetti impauriti, che si allontanano dalle loro emozioni, sorvolano le relazioni e, come alianti, restano in aria, senza immergersi nel flusso dell’esistenza.
Come a dire: spesso siamo i peggiori nemici di noi stessi.

Intervista a Belotti Giuseppe

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